L’esperienza personale dell’artista tragico

A: «Ma che cos’è, in fondo, un’opera d’arte? Cosa un capolavoro? Il compimento di un individuo? L’eccezionalità individuale resa artefatto? Oppure l’espressione superba di un sentire popolare?»

B: «Ambedue le cose: è colpo di genio improvviso e trascrizione eccellente di un ideale comune e ripetutamente patito»

A: «Quale fine ha allora l’arte, o, meglio, che fine si propone l’artista? Il sollazzarsi con un piacevole divertimento? O forse che egli ripetutamente si propone di esaurire una passione impossibile? È forse il porsi una meta esagerata? Od occuparsi di sé nella maniera all’individuo più utile e adeguata? Compiacersi? Oppure che egli insegue un nobile spirito?Allora l’artista dovrebbe parermi contemporaneamente un’egoista senza scrupoli e un supremo interprete del sentire popolare»

B: «Il compimento della tragedia e l’atto tragico sono la riuscita dell’opera artistica, sono il fine praticato e attualizzato dell’opera d’arte. L’artista, singolo individuo – eroe! –, anela ad una personalità nuova espletando il suo operato, anela ad un nuovo sé, ad un nuovo io che fiorisca rigogliosamente dall’arte prodotta. La solitudine rappresenta, allora, il punto di arrivo e di partenza di un percorso intellettuale; una tappa forzata ed un passaggio agevolato per creare; una meta del percorso e del viaggio artistico. L’intrapresa solitaria è il fine esistenziale come caso»

Fragili coerenze

 

Il mio ritmo

Nel corso della vita si attraversano stagioni anarchiche, non cicliche, che influenzano il nostro procedere, il nostro incidere. Dieci inverni di fila si possono passare se la voglia di primavera ci e’ lontana, dieci estati se l’autunnno ci reco’ danno. Un anno intero in solo giorno mi capito’ di vivere, l’incostanza di marzo la mattina, la febbre dicembrina a pranzo, le storie amorose di luglio nel pomeriggio e la stanchezza d’autunno la sera. Un giorno intero mi capito’ di vivere in un anno, il risveglio mattutino in settembre, la fame in gennaio, l’azione dimenticata in maggio ed il sonno in agosto.

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Pensieri irrequieti

  1. L’uomo efflorescente

L’uomo non è, ma appare. La sua bellezza è quella di una rosa dagli infiniti petali, che allo sfogliare di uno subito un altro sarà lì a sostituirlo. Infiniti perché i veli che avrà costruito con uno sforzo inane si sovrapporranno l’uno sull’altro, dando consistenza all’apparire ma impedendo di edificare un qualcosa di imperituro. Infatti essi saranno flebili, deboli e facilmente rimovibili dallo stelo che è il suo corpo. Tuttavia egli continuamente si sforzerà di farne crescere di nuovi dall’interno, così da far sbocciare, infine, il più bel fiore.

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Pensieri irrequieti

  1. Il palco e l’attore

Ogni attore sarà alla ricerca di un palco su cui esibirsi, ogni persona che intenda raffigurare un suo atto avrà bisogno, per farlo, di un palco. Ed è così che l’arte dell’attore è niente senza uno stage su cui performare, ed è così che l’artista muore senza un luogo in cui esibirsi. Ognuno ha il suo palco, sta solo a lui trovarlo. Continua a leggere “Pensieri irrequieti”