Parte I

Il filosofo è colui che riesce a cogliere la fallacia in ogni sistema di interpretazione del mondo che gli viene proposto

16. Nessuna dicotomia fra θεωρία e πρᾶξις

Invece di perdersi nell’apostrofare con ingiurie i filosofi e di denominare la filosofia come inutile, essi meriterebbero di essere ringraziati, se non altro per riuscire a ricordarci la teoriticità, ed invitare il pensiero, così, ad una esistenza prosperosa. Già il pensiero non è una handlung?

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Parte I

L’essere umano non può più dispiegarsi, è tardi, ormai è compromesso. Tuttavia, ricordiamogli del moderno imperativo categorico, di quel barlume di speranza che urla: “Stabilisci per te e vivi!”

11. Come si spaccia il soggettivo per oggettivo

Riferendosi al concetto di bellezza – e non solo, ma anche a troppi altri concetti, parole, situazioni e definizioni; che facilmente sono passate come sotto un rullo compressore dall’interpretante e destinatore che armeggia con la sciabola soritica – non si sa più che cosa si vuole intendere. Le definizioni trascendentali non raccolgono più adesioni attorno a loro; come corrispettivo del prezzo pagato per l’oggetto, l’esperienza, la visione, e del valore posseduto, non risulta essere umanamente accettabile, né adatto ad essere un paradigma definente; poi, vi è chi definisce il bello come rispondente alla volontà ed alla scelta comune dei più, non riuscendo a concepire, però, quanto questa definizione corrisponda ad una sotto-determinazione precedentemente effettuata da pochi, i quali dispongono di mezzi per ‘spingerla’, quindi, si potrebbe ricondurre indirettamente alla precedente

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Parte I

Nell’utilizzo dei termini ‘ragione’ e ‘sentimento’, in contrapposizione, si fraintende ciò che è con ciò che non è

6. Eγώ ἄνθρωπος

Esiste la possibilità che la piena realizzazione di se stessi venga in essere: aleggiare oltre la cortina di fumo che vorrebbe impedirlo – la filosofia come sistema – e, inoltre, credere di agire per sé: l’antropoegoismo — per una piena e corposa comprensione si devono però abbattere le regole dell’esplicazione antecedentemente presupposte.

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Preludio

“Le filosofie fino ad ora non hanno fatto altro che ridurre tutto a uno”, diceva saggiamente un giovane Nietzsche

Parte I

1. Strutturazioni 

Se si volesse sviluppare antinomicamente un costrutto linguistico, uno dei comportamenti da seguire potrebbe prendere forma in questa maniera: nella prima delle due possibilità linguistiche, un solo pensiero genererebbe ed allo stesso modo condizionerebbe la totalità, ma, così, si scadrebbe nel ricondurre tutto ad un singolo principio primo – “le filosofie fino ad ora non hanno fatto altro che ridurre tutto a uno”, diceva saggiamente un giovane Nietzsche -, il che non è né concepibile né accettabile per rispetto della pluralità e della diversità resa viva da ciascun essere umano; nella seconda, ogni singolo individuo, inizialmente, procrea possibilità – è “creatore di valori” -, vivendo il pensiero nella sua individualità, ma, questo, è possibile solo nel caso in cui la persona sia continuamente protesa alla ricerca di una possibile indipendenza.

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Un tentativo prospetticamente scettico di avanzare

Ovvero: come abbandonare la pretesa universalità dell’interpretazione post-moderna e rifuggire la convinzione neo-realista

Prefazione

  1. Pezzi, ed altri pezzi

D’altronde, “la vita non costruisce nulla, se non si procura le pietre da un’altra parte“, così, non mi propongo, anzi, non affermo di aver creato niente di nuovo, però, d’altra parte, il mio proposito era quello di creare; quindi, il giudizio sull’essere innovativo – al modo di una di quelle novità che si comportano alla maniera in cui l’acqua infiltrandosi nella roccia riesce a spaccarla –, o una petulante ripetizione, ovvero il poter essere additato come uno che non ha saputo far altro che prendere concetti già espressi ed esaminati, lo lascerei ad altri. 

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Pensieri irrequieti

1.

La necessità della ripetizione e la sofferenza

Il singolo che compie un’azione destinata ad essere ripetuta volontariamente, si dimentica delle sue proprie ragioni, diventa dimentico di un se stesso passato – un sé che pensava – concentrandosi sullo svolgimento e sulla volontà di svolgere; attraverso la statuizione di tale ripetizione si costringono in un passato di cui ci si deve ricordare le motivazioni per cui si è cominciata quella serie di gesti: attraverso una ripetizione che affida il gesto ed il suo motivo ad una memoria che custodisce l’involontario, l’azione viene compiuta senza più conoscerne il perché, senza più domandarsi perché. 

2.

Catilinarie

Quale obbiettivo si perseguita nell’essere apolitico? nell’allontanarsi da una vita pubblica, nell’allontanare e nello scacciare un interesse per la res publica? nell’accogliere un disinteresse verso questa?

3.

Il cominciamento, l’inizio e le difficoltà dell’uomo libero

Quanto è arduo cominciare una serie? Ma una volta iniziata la ripetizione e inseriti nel meccanismo si dischiude la facilità insita in essa

4.

L’automatizzazione della morale

Il dimenticatoio della coscienza, l’incoscienza dell’individuo, in cui vengono relegate le cause e i fini dei gesti compiuti,  e la sua costituzione per mezzo della ripetizione, costituiscono una tappa intermedia verso l’involontarietà degli intenti: il singolo, attraverso l’applicazione di una volontà fortemente orientata a ripetere un gesto, così che i dettagli più grossolani vengano incamerati e così che i più minuti vengano affinati – ovverosia: relegando al mondo appreso le fondamento e concentrandosi su di una supposta innovazione –, rende il proprio agire una serie meccanica in cui fare a meno della volontà e delle creatività, se non per il piccolo spazio loro ritagliato nell’innovazione dei dettagli. 

5.

L’ambizione nascosta nella creazione del concetto di passato e l’utilità di una memoria di un futuro

Che cosa porta il singolo a rapportarsi con il tempo? Cosa induce l’individuo ad essere temporale? La necessità di un presente, la volontà di essere attuali.

Pensieri irrequieti

1.

La professione e l’occupazione

La ripetizione iterata quotidianamente porta ad un innalzamento del proprio standard nei rispetti dell’azione compiuta – e per converso l’assopimento dello spirito, l’annichilimento del giudizio critico nei confronti di una ripetizione incessante e senza scopo. Un atto e un gesto verranno affinati nel loro svolgimento poiché, oltre che guardati con accortezza, saranno stati ripetuti incessivamente, un numero di volte tale da relegarne il movimento dal conscio all’inconscio: creando un substrato-ricordo fissato nella memoria l’uomo si permette di raffinare. L’iterazione è la madre che ha partorito tutte le innovazioni tecnologiche e manuali, una ripetizione incessante e perspicace.

2.

L’uomo mediocre e l’impossibilità del giudizio: una malattia hegeliana

Con quanta facilità lo stupore coglie di fronte alle opere del passato, di fronte ai capolavori senza tempo che hanno scandito le civiltà; creazioni umane su cui sono stati riversati fiumi di giudizi e parole e inchiostro, rappresentazioni scolpite nell’immaginario umano e nella memoria. E con quanta difficoltà, al contrario, l’uomo si sofferma su un’opera che ritrae il presente e l’epoca attuale – con quanta difficoltà questo stesso presente viene rappresentato? quanti impedimenti verranno incontrati prima di riuscire nella raffigurazione della sfuggente attualità? –; quanto sarà difficile che tale opera lo colpisca e lo impressioni nel profondo, lasciandone un ricordo immortale e che lo cambi; quanto difficile definirla arte. E quanto più arduo ancora sarebbe immaginare un’opera del futuro, un arte che ritragga un’epoca da venire, una composizione che dipinga l’avvenire e i suoi caratteri cangianti.

3.

L’avventatezza dell’uomo irato e irriconoscente

La facilità con cui si dissacra l’arte del passato e la si depone dal suo trono ereditario, conquistato e mantenuto attraverso millenni di regno; e il sentimento di ammirazione verso tutto ciò che appare sulla scena di nuovo e scintillante – di irriverente e scriteriato –, lo slancio entusiasta verso un qualsiasi pretendente al trono che avanza e coraggioso demanda un posto d’onore nel mondo: queste sono la caratteristiche che definiscono l’uomo acciecato dalla volontà di giudizio, l’individuo acciecato da un ricordo di un passato irriconoscente.

4.

L’innamorato trepidante

Quale bisogno anima l’uomo che ama il futuro e aspetta trepidante tutto ciò che è ancora da venire? E quale invece il rispettoso e l’accorto che stima, giudizioso, il passato e il presente prossimo?

5.

L’intuizione irredente del genio e la rapidità

Nella velocità di esecuzione si rischia di perdere l’accuratezza e la precisione, che vengono invece preservati da un attento e lento e paziente lavorio. Sognando una meta troppo vicina il talento naturale spinge e costringe con fretta; tralasciando la qualità del frutto prodotto la volontà produce in quantità.

L’uomo che intuisce brama un oggetto che rimarrà nascosto: la rappresentazione del suo desiderio, accuratamente rispondente alle sue esigenze. Il singolo perciò disdegna il passato che gli ha portato grandi speranze, reprime il presente che così poco risponde alla sua capacità di rappresentazione e non considera nemmeno che un futuro possa venirgli incontro gaudente, ricco dei frutti a lungo bramati.

Pensieri irrequieti

1.

La ripetizione e la differenza

Che cosa rappresenta l’abilità di apprendere una tecnica, di eccellere in un’applicazione ripetuta, rispetto all’agire disinvolto del genio? Forse che l’individuo che si ritrova a ripetere indistintamente e abilmente un gesto in un ambiente predisposto a insegnare tale gesto, non può ambire alla genialità, non può essere egli stesso dotato di genio ed eccellere per tale motivo?

O forse che si annida proprio nei meandri del genio quella ripetizione, quella fatica guadagnata da un retrocedere ed avanzare sul medesimo selciato per impararlo di nuovo, per impararlo meglio?

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