Giorni quasi dimenticati

X

S: La libertà è sempre ciò a cui si aspira. Ora sta in una camminata, nello stare con gli amici o con gli amanti che non siano congiunti. Prima era poter avere del tempo, poter dormire la mattina, non avere sempre da fare. La libertà è desiderio di fuggire e in quanto tale non si può sentire ma volere.

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Giorni quasi dimenticati

IX

F: Non ci salveremo dall’eterno ritorno del normale. Ma se tutto tornerà come prima, se la minaccia del ritorno si avverasse, cosa ce ne faremo degli ingombranti e fastidiosi spazi che abbiamo creato in un tempo inusuale? che cosa dei nuovi intervalli di tempo che abbiamo sedimentato tra le nostre pratiche nella vita quotidiana? Come usufruiremo dello spazio che stiamo utilizzando per distanziarci? e di questo tempo che riempiamo con pazienti attese? 

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Giorni quasi dimenticati

VIII

F: Ho sempre camminato in cerca di risposte. Ho sempre affermato e mi sono dato delle risposte. Ciò che mi manca, ora, è la domanda. Ho bisogno delle domande; non che non abbia mai domandato. Il domandare è un’arte soritica, oltre che socratica, una pratica da sofista: la domanda è sofisticata. Una pratica filosofica, un’abitudine che indirizza.

Sono alla disperata ricerca di domande, dove sono finite tutte le domande? Ci siamo dimenticati come domandare? 

Ma, attenzione, non domandare agli altri, piuttosto, domandarsi! Non serviamoci delle domande per produrre nuove risposte. Riflettiamo invece sulla creazione di quel dimandare. Portiamo alla luce e facciamo emergere la domanda: che cosa riesce a farci domandare? che cosa produce in sé una nuova domanda? perché, in fondo, abbiamo un disperato bisogno delle domande?

S: Stamane m’ha svegliato di soprassalto l’idea di alzarmi ed esser io, l’idea d’esser finito…

E: Forse ne abbiamo bisogno, delle domande, quanto abbisogniamo della loro assenza, e nella tensione verso la completezza siamo tentati di afferrare ciò che ci manca. Non rischiamo, così, una perenne insoddisfazione, misurandoci sempre con ciò che per noi avremmo potuto, o peggio dovuto, essere? Non sarebbe meglio accettare il ritmo della vita, dove in successione occasionale il pàtos di ciò che ci circonda s’acuisce o scema, le domande ci affastellano o si ritirano, lasciando in noi un vuoto, anche per lungo tempo, in attesa di un’intuizione, una risposta a una domanda non pronunciata? Ora i viali si sono rinverditi. Quanto mi ha colpito affacciarmi alla finestra e notare di non aver vissuto questo cambiamento, di esserne stato privato. Ma questa assenza di consuetudine al tempo delle stagioni ha reso il verde più verde che mai, così forte nei viali da soverchiare l’intonaco di ogni palazzo, fino all’azzurro del cielo.

S: Una volta sveglio il primo odore che ho sentito era quello di merda del mio alito… 

F: Il profumo del glicine mi ingombra le narici, le stuzzica e le risveglia. Gli odori sono ancora là, fuori, non hanno smesso di spargersi – aspettano di essere colti. Tutto torna come prima. Tutto — quanto prima.

S: Devo aver vomitato sentenze durante la notte. Tutte sbagliate. Visto che ora al semplice chiarore del mattino di esse non rimane che il caduco odore in una bocca silente.

Giorni quasi dimenticati

VII

S: Monta e cala la luce del sole ora che sola quasi scandisce le giornate. Senza ore mi muovo per la casa, eppure il tempo rimane.

F: È come se avessi pensato al tempo, però non riesco a distogliere il pensiero da me stesso. Si allungano le giornate, sì, ma cosa ci è rimasto a noi?

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Giorni quasi dimenticati

VI

F: Oggi fa freddo, i mercati si sono svuotati. Chi oserà uscire? Chi si pascerà di tale di limitazione? Qualcuno sa ancora gioire nell’ozio? Chi troverà gioia nello stare da solo con se stesso, chi in tale costrizione? Chi, al contrario, patirà le pene della reclusione? Quanti si crogioleranno e quanti, invece, si danneranno?

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Giorni quasi dimenticati

IV

F: Questi sono giorni malsani, in cui ventate di debolezza spirano falcidiando le generazioni che avevano ancora una memoria del secolo passato – ultima ancora contro l’oblio della coscienza –; un’epoca sta volgendo al termine, aprendo la finestra di un mondo nuovo. Uno spiraglio. Viene così fatto spazio alle nuove generazioni

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Giorni quasi dimenticati

III

F: Nelle società statiche il valore dell’individuo è dato dal suo occuparsi qualitativamente del suo oggetto del desiderio, dall’abilità nel praticare volontariamente le sue passioni; nelle società dinamiche e dell’abbondanza, invece, la dignità del singolo è costituita meramente dal suo essere occupato. Dov’è lo spazio per l’ozio? È meglio un Kant tutore o un Kant filosofo?

S: Occupo sempre più spazio, forse sto ingrassando, sono mai uscito di casa?

F: Quando le stagioni dell’animo seguono lo stesso percorso delle stagioni del mondo, quando avanzano allo stesso ritmo e seguono le stesse rivoluzioni, e vediamo spuntare i boccioli sui rami, e le primule si affacciano sui verdi prati; allora aspettiamoci una primavera di sentimenti, uno sbocciare di passioni e di desideri, un’infuocarsi della volontà, un germogliare dello spirito!

S: Sono stato sul balcone, più di una volta…

E: Forse che quel primo modo che abbiamo avuto di affrontare questa situazione di clausura, ristabilire le coordinate spazio temporali della metafisica cristiana, come un rito rassicurante, non si incrini dopo la prima, la seconda, la terza settimana, e faccia trasparire una matassa informe e disordinata, in cui non ci raccapezziamo più? Non è follia quando si perdono le coordinate spazio temporali, quando ogni esperienza, dalla più minuta, sembra non valere niente o mettere in gioco tutta la nostra vita? Può bastare armarci di bottiglie di vino e caffè?

S: Alle soglie del mio giaciglio, alle soglie del mio vizio.

Giorni quasi dimenticati

II

F: Le sponde bagnate dall’eccesso rinsaviscono la superbia che è in noi. Eppure tutto è stato quietato e le maree del sentimento umano rientrano. Ma è forse questa una nuova era per la temperanza, una nuova era per la frugalità, una nuova epoca per Diogene?

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Diario di un’infodemia

Giorno quasi dimenticato numero 1

E: La momentanea sospensione della quotidianità fa apparire ciò che la sorregge, l’ordine del tempo cristiano, che, dopo la morte di dio, come lo scheletro di una nave, brunito il legno dal tempo, ancora galleggia, senza timoniere e pieno di popoli nella stiva. Quando dalle meraviglie che il caso,

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