L’esperienza personale dell’artista tragico

A: «Ma che cos’è, in fondo, un’opera d’arte? Cosa un capolavoro? Il compimento di un individuo? L’eccezionalità individuale resa artefatto? Oppure l’espressione superba di un sentire popolare?»

B: «Ambedue le cose: è colpo di genio improvviso e trascrizione eccellente di un ideale comune e ripetutamente patito»

A: «Quale fine ha allora l’arte, o, meglio, che fine si propone l’artista? Il sollazzarsi con un piacevole divertimento? O forse che egli ripetutamente si propone di esaurire una passione impossibile? È forse il porsi una meta esagerata? Od occuparsi di sé nella maniera all’individuo più utile e adeguata? Compiacersi? Oppure che egli insegue un nobile spirito?Allora l’artista dovrebbe parermi contemporaneamente un’egoista senza scrupoli e un supremo interprete del sentire popolare»

B: «Il compimento della tragedia e l’atto tragico sono la riuscita dell’opera artistica, sono il fine praticato e attualizzato dell’opera d’arte. L’artista, singolo individuo – eroe! –, anela ad una personalità nuova espletando il suo operato, anela ad un nuovo sé, ad un nuovo io che fiorisca rigogliosamente dall’arte prodotta. La solitudine rappresenta, allora, il punto di arrivo e di partenza di un percorso intellettuale; una tappa forzata ed un passaggio agevolato per creare; una meta del percorso e del viaggio artistico. L’intrapresa solitaria è il fine esistenziale come caso»

L’artista, lo scrittore e la disperazione tragica

La scrittura è una pratica in cui si risente fortemente il peso dello scrittore e, dal punto di vista di quest’ultimo, l’arte dello scrivere rappresenta una questione in buona parte personale, in cui la propria persona esonda naturalmente. Tale rapporto marcato scrittore-libro si percepisce leggendo La carta e il territorio di Michel Houellebecq.

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Pensieri irrequieti

  1. L’uomo efflorescente

L’uomo non è, ma appare. La sua bellezza è quella di una rosa dagli infiniti petali, che allo sfogliare di uno subito un altro sarà lì a sostituirlo. Infiniti perché i veli che avrà costruito con uno sforzo inane si sovrapporranno l’uno sull’altro, dando consistenza all’apparire ma impedendo di edificare un qualcosa di imperituro. Infatti essi saranno flebili, deboli e facilmente rimovibili dallo stelo che è il suo corpo. Tuttavia egli continuamente si sforzerà di farne crescere di nuovi dall’interno, così da far sbocciare, infine, il più bel fiore.

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Pensieri irrequieti

  1. Il palco e l’attore

Ogni attore sarà alla ricerca di un palco su cui esibirsi, ogni persona che intenda raffigurare un suo atto avrà bisogno, per farlo, di un palco. Ed è così che l’arte dell’attore è niente senza uno stage su cui performare, ed è così che l’artista muore senza un luogo in cui esibirsi. Ognuno ha il suo palco, sta solo a lui trovarlo. Continua a leggere “Pensieri irrequieti”

Il Principe tragico

La prima volta che ascoltai seriamente Fabrizio De André, e che prestai attenzione ai suoi testi e alle sue musiche, ero su una macchina familiare, percorrevamo la Genova-Ventimiglia con destinazione Chiavari. Lo si cantava in coro, anche se non tutti conoscevano le parole, immersi in quella Liguria che fu per lui la madre patria e a cui fu così affezionato, simbolo di una cultura mediterranea di cui si voleva fare cantore e di una cultura che ha voluto far rivivere nella sua opera e nella sua musica. Ero un bambino e, seppur l’avessi sicuramente ascoltato prima di quel viaggio, fu questa la prima impressione di cui ho un ricordo, forse indelebile, che potrà solo più migliorare, con l’aggiunta di nuovi dettagli.  Continua a leggere