Giorni quasi dimenticati

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E-pistole

VII

S: Monta e cala la luce del sole ora che sola quasi scandisce le giornate. Senza ore mi muovo per la casa, eppure il tempo rimane.

F: È come se avessi pensato al tempo, però non riesco a distogliere il pensiero da me stesso. Si allungano le giornate, sì, ma cosa ci è rimasto a noi?

Guardare la luce cangiante da una finestra che conosciamo fin troppo bene? Possiamo limitatamente muoverci e di conseguenza limitatamente pensare: hanno imprigionato il pensiero, oltre che l’uomo. Una passeggiata per strada, sul grezzo cemento di un marciapiede tiepidamente scaldato da una giornata primaverile, mi emoziona quanto una traversata sul dorso di un cammello mentre una cupola stellata, lucente e scura spinge via il cielo diurno del deserto indiano. Hanno affogato il pensiero nella noia, non è rimasto nemmeno più tempo per l’ozio.

Quando torneremo al mondo sociale, quando ci riverseremo di nuovo per le strade, torneremo esseri infelici e delusi come prima? Ci aspetta un futuro diverso dopo questo presente incerto e inaspettato? Oppure riproporremo al mondo quello stesso identico essere che esiste come un vagito tra due grandi silenzi, tra spazi infiniti che sgomentano? Sarà il futuro gravido per noi? E l’umanità? I giorni sono quasi dimentichi del loro nome, le ore altrettanto, le settimane si assommano le une alle altre.

S: Ho grandi progetti per il futuro, grandi progetti… 

F: Cosa succederà dopo questi giorni quasi dimenticati? Perché sono certo che la normalità è rimasta dietro l’angolo ad aspettarci, ansiosa di riabbracciarci e di accoglierci nuovamente nella banalità di un passato sterile. 

S: Solo dopo la morte nulla sarà come prima. Nulla sarà né sarà stato. Ancora respiro ma domani come ieri, come oggi in parte morirò.

E: Ma la morte veramente è uno scarto definitivo con la normalità? Esiste la normalità, il quotidiano? 

Se per noi è rilevante come percepiamo il mondo per vederlo appieno, la percezione della morte c’è data solo di altri, e allora la morte per noi non esiste, in prima persona, ma solo perchè i nostri cari sono venuti meno, e ciò lo sappiamo da quando siamo piccoli. Perciò non vi è novità con l’apparire della morte nel nostro orizzonte di percezione.

La normalità, poi, la percepiamo solo ora, come una privazione, ma in realtà, quando vi siamo dentro, la normalità, la quotidianità, la immaginiamo solo: è un caos da cui rendiamo una forma a partire da spiragli di nitidezza, come vediamo forme nelle nuvole. 

Questa clausura, in cui le nuvole ci passano davanti, è una grande occasione per imparare a vivere con la coscienza di questo mondo amorfo, imparando a stare davanti alla sua assurdità, come impariamo a stare davanti all’assurdità della normalità al nostro primo funerale.

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