Giorni quasi dimenticati

V

F: Questa mattina, chi farà il passo più arduo? Chi respirerà per primo? E chi pronuncerà le prime parole?

S: Il primo passo una discesa, il primo respiro uno sbadiglio, la prima parola un aborto.

F: Ma se le sferzate di questo vento malato portassero via con sé interi stati e nazioni? Foss’anche che distese della grandezza di un continente si deprimessero e venissero meno, anche loro possono perire sotto i rivolgimenti di una malattia, anche loro sono soggetti che possono ammalarsi e morire.

S: Il silenzio fratello della notte s’è fatto amante del diurno e senza i rumori a far da barriere la città si dispiega; immense radure si fanno le strade, freschi richiami gli schiaffi del sole, quieti inviti le sferzate del vento. Fattosi acuto lo sguardo divien timoniere, le cui rotte cantate han queste parole:

Sento l’odore di lillà

Guardando il cielo all’imbrunire

Venire, di là dalle colline

Campi immagino fiorir mansueti, 

senza le mani colme 

                                          di chi di lì è passato.

Senza le mani piene 

                             di fiori rapiti; 

I cementi vuoti delle strade 

immagino, come qui li vedo

e penso a chi di là s’immagina

io di qua

             sia un fiore.

F: Ti ami quando parli? Ami le tue parole?

S: Lotto contro il silenzio come contro un amico, ho per le mie parole l’amore che si concede alla prole. 

E: Io oggi odio essere spettatore delle mie parole. Odio che questo spettatore ritenga scadente ciò che scrivo, ma sarebbe più saggio cercare di capire perché lo percepisca in tal modo. È che la percezione del nostro valore non è stabile. O, viceversa, le condizioni che ci permettono di incarnare il massimo del valore che possediamo non sono in nostro potere, per larga parte. Ed oggi il tempo uggioso fa apparire ciò che fermo sul foglio come un dipinto slavato. Domani può darsi che il sole lo asciughi, e traspaiano le figure rilucendo in un nuovo splendore. Addolorandomi per questa percezione fugace non sto forse remando contro me stesso, svalutando in modo assoluto la mia scrittura, e la mia persona, per colpa di una giornata grigia? A che serve rammemorare la propria impotenza se non ad aumentarla? Non sarebbe meglio rammemorare i momenti in cui sono in grado di esprimere un maggior valore, cioè la mia perfezione, che è l’attuazione di ciò che in me è essenziale, di modo da porre le basi per una sua futura realizzazione? Quando il mondo non va come vogliamo e siamo impotenti a cambiarlo, perché meditare la morte, meditare il dolore, e non la vita, la felicità? Potrebbe essere la massima per questa quarantena che ci spaesa?

F: Come non detto. Il cielo si è coperto, tutto si è fatto più buio, tutto si è fatto più freddo. Non uscirò neanche oggi.

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