Diario di un’infodemia

Giorno quasi dimenticato numero 1

E: La momentanea sospensione della quotidianità fa apparire ciò che la sorregge, l’ordine del tempo cristiano, che, dopo la morte di dio, come lo scheletro di una nave, brunito il legno dal tempo, ancora galleggia, senza timoniere e pieno di popoli nella stiva. Quando dalle meraviglie che il caso,

vuoi per il vento vuoi per le maree, faceva intravedere a chi si industriava sul ponte della nave, ci si è dovuti rintanare nelle cuccette, allora è riapparso lo scheletro della nave ai loro occhi, le venature degli architravi.

E dall’oblò il mare sembrava calmo, ma dell’aria c’era da temere, piccole particelle vorticavano e entravano negli alveoli, ed erano vive, ed erano mortali. Come un insetto che entri nel corallo e ne uccida l’abitante, facevano sfiorire la vegetazione dei polmoni, e i debilitati morivano. 

C’era chi poneva la punta del piede fuori dall’uscio, ingannato dalla falsa quiete del tempo, e scettico mostrava la sua invulnerabilità. Ma si cominciò a morire, e anche lui ebbe paura. Si arrivò a non uscire più dalle cuccette. Come in un malato terminale il pensiero si dissocia dal dolore della carne, ingannandosi coi ricordi per salvarsi in un residuo di vita, gli abitanti si staccarono dalle loro occupazioni, o furono obbligati a farlo.

F: Gli uccelli hanno ripreso a cantare e a scandire il silenzio dei cortili – si sentono, in fondo, più tranquilli e più a casa in una tale afonia di voci umane. Una tranquillità tremenda, infatti, aleggia sulle strade deserte. Gli esseri umani lasciano le loro città in balia del vento e della pioggia. I pennuti si sono appropriati con la loro fame dei mercati e con i loro escrementi dei marciapiedi.

S: Ad una normalità che si voleva fuggire si vuole ora far ritorno. Le età dell’oro nascono così.

F: Chi mente oggi, mentiva ieri; chi si illude di essere salvo dall’influenza, si comporta come se fosse l’unico il cui corpo è in grado di discernere le influenze.

S: Restare vivi, tutto il resto è sfumatura.

F: Dove cerchiamo le nostre consolazioni? Desideriamo nuovamente stare al di fuori, al di là di muri invisibili che ci costringono. Nel nostro essere italiani, ci rammarichiamo di non poter più fare qualcosa non appena ce lo vietano. Riscopriamo abitudini inabissate da anni di mala pratica e le sventagliamo come segnali di libertà. Ma chi ha deciso per noi? Forse che, anche in questo tempo malsano, non stiamo facendo altro che condannarci ad essere influenzati da altri?

S: L’impulso ad evadere muove il nostro tempo, ad ottener qualcosa oltre a questo qui, altro rispetto ad ora. Le strade ci consolano.

F: Che cos’è sabato?

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