“La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà”

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Articoli / Cinema

Todd Phillips riesce magistralmente nel suo ultimo film, Joker, a far impersonare lo spettatore con il cattivo-protagonista, Joker-Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), rendendo un carattere problematico, debole rispetto a uomini più assertivi e violenti.

Un cattivo che ha un vissuto di disagi familiari e lavorativi, cui “le brutte notizie” vengono date quasi ogni giorno: prima la chiusura dei servizi sanitari e sociali che gli fornivano assistenza morale e i medicinali a causa delle politiche di austerity, poi viene prima minacciato di essere licenziato e quindi licenziato per telefono dal misero lavoro da clown di strada che faceva.

Arthur Fleck vive un mondo esemplificato dalla finta empatia dei suoi compagni di lavoro, personaggi che pretendono di volerlo aiutare ma che in fondo tendono a fare il proprio utile e che difendono avidamente il proprio interesse; un mondo in cui la violenza di strada, e per gioco, non è qualcosa per cui i passanti si debbano fermare a prestare aiuto nel loro cammino quotidiano lungo le vie di una metropoli in degrado, affollata di persone e di immondizia.

Il regista riesce nell’ardua impresa di caratterizzare ‘il male’ come la strada giusta da intraprendere. La strada sbagliata è, in fondo, quella giusta: la violenza come igiene di una città degradata. Ed è forse per questo che la critica ha risposto in una maniera sufficientemente divisa alla pellicola. Talmente divisa tra l’elogiare e il gettare fango sul film, talmente estremizzata da far pensare ad un capolavoro che costringe lo spettatore ad assumere un’opinione forte: un film divisivo, che scuote e quindi capace di far rivivere le opinioni altrimenti sopite delle persone. Un film in grado di far emergere il vivido disprezzo per un certo populismo da un lato e in grado di incitare la rivoluzione e di impaurire le autorità americane per casi di emulazione dall’altro.

Steve Rose dalle colonne del Guardian non esita ad additare le vicinanze di Arthur con la cultura incel, cultura costituita dal linguaggio di numerosi gruppi online formati da uomini bianchi involontariamente nubili, una cultura che ha partorito alcuni degli ultimi attentati terroristici negli Stati Uniti. Altrettanto fa Stephanie Zacharek del Time nella sua reprimenda sinistrorsa di Joker. Tra chi parla di un violento e pericoloso sociopatico e chi annuncia una pietra miliare della storia del cinema, ciò che rimane è sicuramente la risata malata e angosciante di Joaquin Phoenix, una risata che interrompe lo svolgimento normale della scena e difficile da interrompere, che tuttavia si arresta bruscamente al solo voltare di un angolo, lasciando lo spettatore di stucco e allibito dall’abilità attoriale di J.P.

Dal canto mio, lo spettatore viene spinto a voler scendere in strada a protestare contro, una volta per tutte: contro il fascismo di chi guarda dall’alto in basso da una posizione di favore acquisita, contro l’ingiustizia perpetuata a danno degli inermi e dei deboli di spirito, contro la violenza esercitata sugli ultimi da un sistema che remunera più i pochi e che si occupa poco dei più, contro un sistema capitalista che arricchisce i già arricchiti, contro la corruzione di chi occupa posizioni di potere e non riesce a gestire i problemi del quotidiano della ‘povera gente’. 

Joker rappresenta la scintilla della rivolta sociale, egli sente la musica: Joker incarna la follia come pretesto per il caos. La delusione nella vita di tutti i giorni, l’essere ignorato costantemente, l’essere degradato a inferiore, l’essere malmenato, lo spingono a compiere gesti estremi, che sono allo stesso tempo al di là della politica e connotati politicamente: Arthur Fleck è un’idea di giustizia.

Forse che c’è un singolo uomo buono in questo mondo senza equità? L’appariscente Thomas Wayne (Brett Cullen), una decente caratterizzazione di un uomo ricco e di successo che si è fatto da sé – un uomo che vive in una lussuosa villa e che si veste esclusivamente in smoking o in completo –; che vuole aiutare i clowns candidandosi a sindaco di Gotham City e che pensa di avere le soluzioni per il popolino? Murray Franklin (Robert De Niro) che nel suo ruolo di presentatore-comico non si preoccupa, giustamente o ingiustamente, di verificare se un’offesa, procurata dalla messa in ridicolo di Arthur dopo la rappresentazione di una sua videoclip, possa darsi o meno? 

Arthur vive lontano dalla City e senza antagonisti buoni, deve attraversare la città con diversi mezzi pubblici per arrivare nel giallo e sordido appartamento in cui vive con la madre, Penny Fleck (Frances Conroy): un personaggio con uno sguardo da American Horror Story, pallida e smunta, in attesa di una lettera che non arriva mai e che quando arriva è meramente il ritorno della sua stessa medesima lettera. Penny è caratterizzata da una sincerità ingenua, exemplum di una classe disagiata e derubata del poco che ha. Oppure, al contrario, stando alla versione di Thomas Wayne, confermata dai documenti che Arthur trova nell’ospedale statale psichiatrico Arkham, ma che a parere di P.F. sarebbe stata costretta a firmare, lei è una delirante patologica che ha inventato una elaborata menzogna da raccontare al ‘suo’ bambino per salvarlo da un passato tremendo di abusi e violenze?

Il personaggio della madre viene raffigurato come un essere umano di cui prendersi cura, che è un pò l’inversione rispetto alla rappresentazione classica del ruolo materno rispetto al figlio. P.F. viene infatti accudita amorevolmente dal figlio: A.F. la lava con cura nella vasca da bagno senza farsi domande meta-etiche sulla perdita di pudore insita nel gesto, in una scena al limite della commozione; la mette a dormire portandola a letto, una sera che rincasando la trova addormentata sul divano di fronte alla televisione: A.F. si prende cura di lei, il che rappresenta un vanto in una delle sue allucinazioni in cui viene invitato sul palco dello show tenuto da Murray Franklin – un tele-conduttore che incarna in un colpo solo molti dei ruoli che De Niro ha avuto nella sua ‘storia cinematografica’ con Scorsese, Murray Franklin è, nel suo gesticolare e nelle sue espressioni facciali tirate, il personaggio di De Niro che tutti conosciamo.

La vicina di casa di cui Arthur si innamora, Sophie Dumond (Zazie Beetz), è una madre giovane e fascinosa, un’immagine che diventerà delusione nella memoria frastornata di A.F, quindi allucinazione. La vicina di casa che vive a poche porte di distanza sul pianerottolo diventa la compagna che sta accanto ad Arthur nel momento del bisogno e che va a vedere la sua esibizione dal vivo; eppure è tutto falso, è tutta una fantasia allucinata dell’immaginario di un uomo che ha perso la sanità e la lucidità di pensiero.

Joker è nient’altro che è una rappresentazione cinematografica riuscita di una violenza che si perpetua sotto le spoglie di un uomo comune e irrazionale: un film che porta a tratti ad una risata forte e immediatamente dopo ad una serietà tremenda, che incute timore e che non fa pensare ad altro che a quale reazione assumere rispetto a ciò che si è visto, e poi spinge a pensare a quale reazione si è assunta e alla sua relazione rispetto a ciò che si è visto. Un film che fa pensare.

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