Impressioni sull’oggi visto dall’arte

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Arte / Articoli

Gli artisti, più o meno consapevolmente, esprimono e imprimono l’afflato e le contraddizioni della propria epoca e quella nella quale viviamo per quanto enigmatica, il presente sempre appare inafferrabile, non sfugge a questa dinamica. Recentemente sono andato alla 58° edizione della Biennale di Venezia, e mentre vagabondavo tra i padiglioni e le sale, il tremore della domanda sul mondo in questo attimo di storia m’è stata fedele compagna.
L’impressione nel quotidiano che si ha della pratica artistica spesso si limita a quella che si scorge velocemente, il tempo di muover un dito, su Instagram o che si sente di sfuggita nelle brevi rubriche dei telegiornali, una pratica artistica che rappresentata, mediata dallo schermo prima di esserlo dal nostro sguardo perde la maggior parte della propria forza d’enigma, che si smarrisce nell’esser immagine tra le immagini e notizia tra le notizie. Da quest’abitudine a veder tutto già rappresentato, già masticato da qualcun altro, ne consegue un modo di stare al mondo tipico della nostra società, da cui la fruizione dell’arte non è esclusa: dinnanzi alle opere esposte nelle varie sale infatti le persone sembravano prese non tanto dalle opere in quanto tali ma dal masticare l’opera per primi rispetto alla loro comunità virtuale, dal loro rappresentare mediante gli strumenti di riproduzione più disparati le videoinstallazioni, le sculture, le foto, i quadri. Questo in fondo è un agire diffuso, di cui molti possono dirsi testimoni, un agire che ci permette di cogliere come sia cambiata la maniera di porsi nei confronti di ciò che ci circonda: tradizionale è il voler conoscere il mondo, attuale è il volerlo rappresentare. Gli artisti i quali sono nella maggior parte dei casi, meno liberi di quanto si voglia far credere, tendono pertanto a creare opere che invoglino il fruitore (lo spettatore ? ) a rappresentare l’opera stessa. La prima impressione sul mondo di oggi non viene tanto dall’arte ma dal modo in cui ci pone dinnanzi ad essa ma ciò non toglie che gli artisti come si diceva all’inizio esprimano ed imprimano l’afflato e le contraddizioni del proprio tempo: il mondo che vorrei è un mondo fotogenico.
L’essere attenti alla rappresentabilità, cioè alla forma, non toglie però vi sia un contenuto. La tendenza generale, almeno per quanto riguarda gli artisti occidentali*, è quella di una riflessione sul rapporto degli esseri umani con il proprio ambiente. Da Larissa Sansour (padiglione danese) che indaga il ruolo della memoria nel ricostruire un mondo andato perduto in seguito ad un disatro ecologico a Laurel Prouvost ( padiglione Francese) che immagina un universo liquido e tentacolare interrogandosi sul cosa ci avvicini e cosa ci allontani gli uni dagli altri, passando per il padiglione dei paesi nordici ( Finlandia, Norvegia, Svezia) nel quale Ane Graff, Ingela Ihrman e Nabbteeri riflettono sul rapporto tra umano e non umano, tutti si interrogano sull’ecologico. La seconda impressione sul mondo di oggi è quindi quella di un mondo che brami un più approfondito discorso sull’ambiente.


La riflessione sul rapporto con i contesti nei quali viviamo è inscindibilmente legata allo scoprirsi abitanti di un periodo di transizione; l’evoluzione costante della tecnologia sta infatti facendoci scorgere il divenire costante del mondo. Ci sentiamo sempre più in difetto nei confronti di fenomeni con i quali tentiamo senza successo di stare al passo. Emblema di questa dinamica è l’enorme produzione di dati che ogni giorno l’umanità produce, essi potenzialmente fonte inesauribile di sapere si traducono molto spesso in segni dell’inquietudine contemporanea di soggetti smarriti, che immersi in questo mare di informazioni non sanno quale rotta prendere, e nell’affanno dell’indecisione rischiano di affogare. Un’ opera che ben indaga questo aspetto della contemporaneità è Data-verse 1 del sempre maestoso Ryoji Ikeda, una proiezione video che immerge il fruitore in un immensità di dati acustici e visivi attinti dalle fonti del CERN, della NASA facendogli percepire la mole perturbante di materia invisibile che permea il mondo nel quale vive, una mole tale da far pensare al sublime provato dagli artisti romantici ovvero quella peculiare sensazione che si ha nel momento in cui si percepisce l’infinito dinnanzi a sè. Sempre incentrata sulla quantità di dati permeanti la nostra società è l’opera Post hoc di Dane Mitchell ( padiglione neozelandese) che con la creazione di lunghissimi, oltre la nostra immaginazione, elenchi di milioni di nomi del passato e di entità scomparse invita a riflettere sull’inesorabilità della perdita, su un’estinzione dalla quale non si può fuggire. Ciò che di interessante vi è in quest’opera è che nell’impossibilità di coglierla nella sua interezza ( ci vorrebbero otto ore al giorno per i sette mesi della biennale per fruire di tutto il progetto, oltre che il dono dell’ubiquità in quanto elenchi diversi vengono enunciati e stampati in luoghi differenti contemporaneamente) si ha la sensazione della futilità delle tracce che lasciamo quotidianamente nel mondo. Nello stare davanti alla stampante che ininterrottamente vomita dati nella biblioteca della Palazzina Canonica sulla Riva dei sette martiri ci si interroga sopra i contenuti pubblicati online con i quali si vuole avere una qualche importanza nel mondo o tra la propria comunità e si ha l’impressione che in fondo non siano anch’essi che un frammento espletato nella latrina della morte. Ma ancor più stimolante è che tra i temi presenti quest’opera vi sia quello dell’estinzione riassumibile nel quesito: cosa vuol dire estinguersi ?


Il tema dell’estinzione è presente, più o meno implicitamente, in molti padiglioni e in molte opere, da quelle che indagano il chi siamo a quelle che si interrogano sul cosa siamo. Il porsi il problema dell’estinzione significa porsi il problema della fine. Ho avuto la sensazione in queste mie passeggiate tra l’arte che vi sia proprio un generale senso della fine e non sto parlando della morte dell’arte o simili, ma della fine di una civiltà. E’ come se gli artisti si sentissero dei primitivi in una società a venire, di un mondo nuovo. Muovendosi in questa biennale si è dunque invasi dalla rassegnazione per la fine imminente del nostro mondo e dall’ inquieta speranza per l’ignoto che segue gli inizi.


Alcuni artisti hanno provato ad immaginare ciò che ci aspetta, altri si sono lanciati in direzioni che sembrano le meglio illuminate dalla luce dell’avvenire. Il primo caso è quello di Can’t help myself della coppia cinese Sun Yuan e Peng Yu nel quale vi è un braccio meccanico guidato da algoritmi il quale è impegnato in una impresa sisifica. Nel guardarlo si prova pietà, simpatia per una macchina, lo si vorrebbe aiutare, liberare. Il secondo caso è quello dell’opera BOB ( Bags of beliefs) dello statunitense Ian Cheng la quale è “una forma di intelligenza artificiale con una personalità, un corpo – che ricorda un serpente o un corallo – e valori in costante crescita. Gli schemi comportamentali e il copione esistenziale di BOB sono alimentati dalle interazioni con gli esseri umani che ne influenzano le azioni tramite un’app iOS.”. Un’opera dunque che nasce, cresce e impara dagli errori, anche dai i nostri.


*Faccio questa precisazione perchè i lavori di artisti provenienti da nazioni quali il Ghana, L’india, la Russia e altre sono incentrati su tematiche non meno importanti ma differenti, quali la censura, la libertà del corpo, la libertà dagli oppressori, lo sfruttamento.

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