Forse che non si possono giudicare l’uomo e il mondo?

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E-pistole

F: «Il giudizio sul passato propende sempre verso un tracciato prestabilito, ha sempre un’inclinazione verso il negativo od il positivo che provengono da lontano, da un già letto o già sentito.
Il giudizio sull’avvenuto presente, invece, discopre qualcosa di nuovo ogni volta che si compie, dischiude nuovi sentieri e nuove vie. Per questo in molti temono il giudicare – perché è così difficile, in fondo – e per questo si limitano ad apprezzare o a schernire gli avvenimenti di una passato inoltrato.

«Ieri ho sentito pronunciare un proverbio: “Where there is a will, there is a way”. Dopo una rapida ricerca ho scoperto che questa formulazione risale all’ottocento e che la prima formulazione è del 1640 e recita: “To him that will, ways are not wanting”. La traduzione brutale potrebbe essere: “A colui che vuole, le vie non difettano”».

S: «Quale differenza poni tra passato e avvenuto presente ? Mi sembra un buon proverbio, anche se problematico. Avrebbe potuto dirlo la Thatcher, che disse “la società non esiste”, intendendo con ciò che se solo avesse voluto un figlio di minatori avrebbe potuto avere le stesse, o simili, possibilità di uno di figlio di imprenditori Londinesi».

E: «Credo però che non ci sia, in parte, scelta: come si fa a costruire una propria identità se si rimane nel tempo del presente, nel senso: se nel presente si basa di volta in volta il nostro io, che estrapola giudizi? Forse bisogna intendere lo sguardo creativo sul presente come un’apertura al cambiamento, ma senza dimenticare. Nel senso che i giudizi consolidati sul passato e sul futuro spesso conferiscono maggior profondità ai giudizi sul presente, dando ad essi proprio quel carattere “polarizzato” positivo e negativo che permette di agire consapevolmente.

«Concordo con S. sulla lettura problematica del proverbio, nel senso che volere è potere ma limitatamente alla condizione sociale. D’altra parte la morale per cui chi non può rivendica, senza però aver intenzioni sul volere, la trovo anch’essa problematica. Pasolini disse che spesso chi rivendica solo la libertà, poi quando l’ottiene non sa che farsene».

F: «Il primo è un tempo che appartiene ai morti, o a chi li studia. Il secondo è il momento che non si è riusciti a cogliere e che per ciò è fuggito; è il tempo contemporaneo e attuale ma con strascichi già avvenuti; è l’avvenimento costruito dal soggetto e perciò passato nell’immediato; è il tempo di cui dispone l’individuo nella sua vita presa per intero.

«A mio parere quel proverbio si riferisce alle intenzioni, o tuttalpiù agli ostacoli che impedirebbero il compimento di un’azione, ma da un punto di vista morale. È un proverbio che ha rimandi etici, non sociali. Non che per questo si debba tralasciare la società, ancor meno dire che non esista, o negare le condizioni sociali dei soggetti.

«Con quel primo pensiero intendevo scalfire la solida roccia, la dura pietra che àncora al passato chi si limita al giudizio su ciò che di vivo ha ben poco. Nello specifico, la mia intenzione era quella di elogiare il nostro sguardo critico e giudiziale verso il presente, oltreché verso il passato ed il futuro. Perché la capacità di considerare il presente, e tutti gli oggetti ad esso congeniti, è cosa rara.
Lungi da me spingere verso una bieca considerazione di ciò che è a noi contemporaneo. Perché questo implicherebbe una miopia verso il passato ed una mancata lungimiranza verso il futuro, cose, il tenere conto di ciò che non abbiamo vissuto e la lungimiranza, indispensabili per un uomo.

«So, d’altro canto, che di consolidato sul passato, e più di tutto sul futuro, c’è poco se non un’opinione, uno sguardo prospettico, un’interpretazione. Tuttavia, noi tentiamo di solidificare questi giudizi che reputiamo autorevoli, rendendoli, così, attuali e presenti a noi.»

S: «I vostri scambi sull’avvenuto presente sono accomunati da questo: in entrambi il passato muore tra le braccia e lascia i vivi in preda al senso dell’assenza e colmi di un inquieto anelito alla vita, intendendo quest’ultima come una sorta di prezioso contenuto fino ad ora celato dai dogmatici chiavistelli della tradizione e dell’abitudine ad uno sguardo eccessivamente retrospettivo.

«A meno che non si voglia discutere sull’etereo universalistico dell’etica, penso si debba pensare quest’ultima come intimamente legata alla società, niente è impossibile ma “non tutto è possibile in ogni tempo” disse Wölfflin.

«Pasolini si era lasciato scoraggiare, travolgere. Penso sempre di più si debba procedere come un’onda marina in grado di travolgere e penetrare piuttosto che come un martello. Anche i martelli più duri alla lunga si ammaccano, si rompono se colpiscono continuamente la pietra».

E: «Sono d’accordo: con le maniere forti si hanno forti contraccolpi, trascinando si comunica la propria energia, il che è più efficace perché alla lunga contagia invece che respingere!

«Credo che l’eccesso di realtà, di concretezza, del quotidiano, o anche banalmente la limitatezza di ciò che si può costruire nel presente, in parte sia, di per se, un limite. Si può considerare solida roccia anche lo sguardo “realista” sul presente, che rimane, nella percezione, circoscritto nei limiti di ciò che è rilevante nel reale del presente per un giudizio di verità, di bellezza o di bontà. Noi abbiamo una sovrabbondanza di immaginazione, che urge contro la banalità del presente-quotidiano. Per ciò, credo, siamo portati ad attivare una dinamica trasformatrice del presente, che lo derealizza in vista della possibilità di notare il mondo, di rirealizzare il mondo, per poter trovare un nostro habitat che si confaccia al nostro anelito di libertà. In alcune epoche, in alcuni individui, per volontà o per fortuna ci si riesce. Credo che:

1) in tale dinamica trasformatrice il giudizio sul presente acquisti un senso. Esso mira al futuro, ed usa il giudizio sul passato con un intento di rapina;

2) in tale senso, oltre alla fortuna, è indispensabile volere, perché se non segue per forza il potere, comunque senza non ve ne è la possibilità;

3) la voce di Pasolini suona più come l’accettazione di uno scacco per le sue aspettative, un atto d’accusa senza possibilità di risoluzione. Non mira più a cambiare, ma a prendere a pugni. E d’altra parte questo processo di trasformazione del sé e del mondo in sé può recare la possibilità di risveglio per “contagio” delle immaginazioni potenziali ancora latenti. Ma il contagio non da di per sé la coscienza di un processo. Questa viene per motivi che non so ancora…

«E per adesso l’ho visto solo a livello individuale, non viviamo in un tempo di rivoluzione collettiva ma di sonnolenza, almeno così mi sembra, ma magari è solo la quiete prima della tempesta…

«Credo il mondo non sia fatto per noi, e che dobbiamo trovarvi una breccia per crescere, ci si può realizzare se si trova, come un’albero nel sottobosco, uno spazio tra le fronde da cui attingere alla luce per la fotosintesi. Ma noi abbiamo una direzionalità di crescita poliedrica, e più bisogni abbiamo più necessitiamo di un habitat complesso fatto su misura per noi. Le funzioni superflue per il livello strettamente biologico, come la filosofia o l’arte, sono un bisogno decisamente ingombrante: fare capire a chi non ha mai avuto tali bisogni il loro grado di importanza vuol dire presupporre che siano tanto aperti da legittimarli senza capirli, e senza sentirne la necessità…»

F: «Curioso personaggio questo Wölfflin. Saggio.
Mai, in questi ultimi anni, mi sono rivolto alla morale con pretese universali. Non cerco un universalismo impossibile. Eppure credo che il piano etico e quello sociale, per quanto infinitamente e strettamente collegati da lacci che noi stessi abbiamo intessuto, restino, sotto un certo aspetto, separati. Questo rispetto è il mondo individuale, è l’uomo individuale. L’uomo individuato, l’uomo come individuo.

«Talvolta l’essere contagiosi può essere sintomo di una malattia, talvolta risulta essere il principio di una forza che si fa pian piano trascinatrice. Il che dipende dal se si voglia infettare o se si voglia “procedere come un’onda”. La nostra epoca non ha bisogno di ulteriori malattie. Sta a noi.

«Kant parlava dei limiti della ragione come qualcosa da andare a ricercare, per poi potersi limitare nelle proprie indagini, nelle proprie azioni e nelle proprie riflessioni. Foucault, al contrario o in continuazione con questo pensiero, sosteneva che lo scovare questi limiti ne permettesse allo stesso tempo il superamento.
Ora, ri-orientando questa riflessione sui limiti umani, dell’uomo – la ragione infatti non è altro che uno strumento in mano all’uomo, una sua parte costituente –, considerando più propriamente queste limitazioni come potenzialità dell’uomo, mi verrebbe da dire che la ricerca e la statuizione dei suddetti limiti morali, concreti, reali, pragmatici, o sociali che siano, implica di necessità il loro superamento attraverso la fondazione di nuovi confini. Ovvero, pattuendo, anche solo con se stessi, l’avvenuto ritrovamento di un limite, se ne desidera immediatamente uno nuovo, si desidera spostare questi limiti più in là – oltre. L’atto limitante consiste nello scovare i propri limiti, nel superarli e nel statuirne di nuovi, più freschi e più solidi.

«Come fare per non sprecare questo surplus di capacità creativa? Come fare per non gettare alle ortiche un potenziale talento, per non far infrangere inutilmente l’onda contro un sufficientemente spesso muro, per non far rompere il martello contro una roccia adamantina? Come trasformare questo banale e quotidiano presente? Come?
Come accorgersi dell’effettività di questa trasformazione?
Io credo nella possibilità di avere effetti, di essere effettivo, e nel mio anelito alla libertà. Eppure il mio giudizio sul presente disegna un quadro scarno e povero. Questi collettivi che si autodesignano tali, siffatti collettivi mi fanno venire un rimpianto verso la solitudine.

«È tempo per questa breccia. È arrivato il momento di farsi il necessario spazio tra le fronde e raggiungere la meritata luce».

S: «Il mondo non è fatto per noi, in un certo senso ci è ostile o siamo noi ad essere ostili ad esso ?

«Quando si è martelli si distrugge per cercare oltre un limite sentito, quando si è Atlantici si sorreggono le macerie creatisi nella demolizione evitando di venire sommersi; Atlante è però una figura statica e siccome l’esplorare, un’attività da noi amata, necessita di movimento, tentiamo di mutare ancora e riprendiamo l’attrezzo distruttore in mano e annientiamo quel limite fatto di fermezza, e così via fino a quando se ne avrà voglia o forza sufficiente. Quindi una parte del nostro essere soggetti permane esploratrice dei limiti con armi di distruzione di massa nella fondina. Io però come ormai saprete, sono un fautore della dispersione o molteplicità dell’ individuo (indivisibile) che diviene dissolvendosi un dividuo (divisibile). Io sostengo si possa immaginarsi anche onde marine in grado di esplorare altrimenti il mondo, travolgendolo e penetrandovici.

«Il mio rapporto con gli universali è ormai irrimediabilmente incrinato. Nel loro voler essere monolitici, fanno trasparire le feritoie, gli iati, che i collanti con i quali vogliono tenere uniti elementi differenti non riescono a tenere insieme. Il rapporto tra etica e società  è intimo ma non necessario né tantomento un dato di fatto. Il mio pronunciarlo è più una esternalizzazione di un principio utile».

F: «Propendo di più verso la seconda: siamo noi ad essere ostili verso il mondo, finanche rancorosi.

«Ricorderò per sempre, o almeno lo spero, quell’immagine che mi regalasti un giorno. Le parole furono più o meno queste: “Ti capita mai a volte di pensarti come un Atlante circondato di macerie, un Atlante sconsolato che sorregge, ammirandolo, un mondo andato in rovina?”.

«Certamente l’individuo è divisibile, in parte. Non darei per scontato che l’individuo sia atomizzato, nel senso di invisibile. L’etimologia dice che è quel composto “le cui parti non possono dividersi”, e su questo non sono d’accordo, però dice anche che è “tutto ciò che ha una personalità, una esistenza tutta sua speciale”. L’individuo è un concetto problematico, ma preferisco schierarmici a favore piuttosto che contro. Allo stesso tempo sono certo che tale composto, perché non può che essere una composizione di parti separabili e intercambiabili, sia unico, liquido e molteplice allo stesso tempo. Non è un monolite incapace di mutare forma e contenuto, al contrario. Ma ha quel che di caratteristico, quel quid ben descritto dal paradosso della nave di Teseo.

«Oltreché nave siamo mare, sicuramente. Siamo un liquido travolgente, capace di penetrare la roccia e spaccarla poco alla volta».

E: «La mia posizione sull’universale è nominalistica. In termini metafisici: in ogni tipo di linguaggio, in ogni modo di parlare dell’essere, l’essere si da in una sua verità. Il nominare è il modo di fare luce su una porzione dell’essere. In questi termini non ha senso dire che un linguaggio, sia teologico, metafisico, poetico, politico, giuridico ecc. non è condivisibile, non ha significato. Può esistere una parola di questo mondo che non abbia un significato? No, tutte l’hanno, dire “Dio mi aiuta”, seppure sono termini che non userei, non direi mai che per chi li afferma sono vuoti di significato. C’è una parte di me, che si esprime in un’alto modo del linguaggio, che ha un significato affine. Ogni critica alla metafisica-teologia che non prenda le mosse da ciò che in essa si esprime va a vuoto. Per me infatti tali linguaggi nominano in modo confuso, a partire da nomi confusi e opachi come dio, delle emozioni-aspirazioni-domande umane che spesso sono esprimibili in modo migliore attraverso l’arte.

«Così nel dire che l’essenza umana è fame di nascere, o in altri termini essere in formazione, tensione verso un’alterità che più si confaccia a se stessi, tensione ad essere altrimenti, colgo un modo di darsi, temporaneo e storico, dell’essere. Se mi si dicesse teologicamente: “Dio è l’essere che in perpetuo diviene attraverso il vivente, e l’uomo come sua manifestazione non è perciò determinato ad essere in un certo modo, ma è un divenire verso infinite possibilità”, io potrei leggervi un sostrato né teologico né metafisico (come nel primo esempio): l’uomo ha un campo d’azione indeterminato, costretto in certi limiti variabili che dipendono dal punto prospettico che assume».

S: «Sono abbastanza d’accordo con entrambi, la frase conclusiva di E. mi sembra un eccellente coronamento».

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