I valori di un mondo futuro

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E-pistole

S: «Oggi si vuole fuggire dall’emulazione tentando d’esser alternativi entro i limiti imposti da un vestito diverso. Si vuole fuggire dalle dipendenze divenendo o cinici anaffettivi o moralisti investiti dalla forza d’inerzia d’una morale genitoriale. Ci si sente tutti ribelli, chi perché dice di non accontentarsi, chi perché si accontenta in un mondo di scontenti; non ci si ama per creare qualcosa e non si resta freddi per protesta, ma lo si fa per paura chi di stare solo con se stesso, chi di confrontarsi con un altro. Molti dei fondamenti crollano, altri divengono più forti: “Bene”, verrebbe da dire, “in ciò sta lo spirito critico d’un epoca: nella trasvalutazione, se non di tutti, di alcuni valori”. Ma come può essere “spirito critico” una tendenza alla fuga rivestita di paura? Dov’è l’impulso creativo in grado di edificare il domani?»

F: «Un’ottima risposta alla domanda “che strada prendere verso il domani di fronte a questo desolante percorso chiamato oggi?”
Prendi evidentemente il toro per le due opposte corna. Quanti ne sto vedendo in questi giorni che per rifuggire dalle dipendenze, che altro non sono che il là fuori chiamato in una maniera spaventosa, si rinchiudono dentro stanze minute, sotto coperte sudate, davanti a schermi non più grossi del palmo delle loro mani. E tuttavia non posso neanche esimermi dal rientrare, a volte, in questa malata categoria di uomini. La maggior parte sono asiatici, e viene così facile denigrarli per questo atteggiamento da larva; ma forse che in questo stanno solo anticipando i tempi a venire?
Ritengo che l’unico serio spirito critico debba apertamente evitare di farsi critico solo per coprire la fuga di fronte ad un’ardua scelta: la scelta dei propri valori. Qui sta il focolaio di creatività per un futuro da venire, nella scelta e nella statuizione dei propri valori. Di quei valori indispensabili alla propria sopravvivenza, di quei valori senza i quali non si potrebbe essere l’uomo che si è; di quei valori che in fondo sono solo e propriamente nostri».

E: «Credo che molte risposte si possano trovare a questa domanda. E credo che per trovare le nostre non basti una scelta di campo a priori, bisogna trovarsi nella situazione di dover scegliere. In altre parole non ha senso pensare ai valori in modo distaccato, ma solo nel momento in cui si vive. Essi insorgono quando insorge l’urgenza della responsabilità, del dovere. Nel dover essere abbastanza per se e per gli altri ogni valore ha un volto reale. Se libertà è partecipazione, e partecipazione responsabilità, dalla libertà sorgono i valori».

F: «Certo, ogni a priori di cui si parli sarà sempre un a posteriori di un’esperienza condotta, di una situazione in cui una scelta sarà stata presa.
Credo che invece abbia senso parlare dei valori, quelli che noi intendiamo propriamente nostri e che costituiscono il proprio sé.
La libertà è uno di questi, la responsabilità segue immediatamente e la partecipazione di conseguenza. Perché negarselo?»

S: «Secondo voi dunque sta nello scorgere la possibilità di creare o ripensare ciò che sembra esser già dato, l’impulso creativo in grado di edificare il domani ? Si hanno soltanto valori figli d’urgenze? Riusciamo a sostenere che per ogni nostra convinzione vi sia stata una situazione d’emergenza che noi abbiamo affrontato attraverso il filtro d’un valore nuovo di pacca confezionato da noi per l’evenienza?»

E: «Io credo che individualmente si riconquistano valori già dati nella società in modo peculiare riguardo l’epoca e l’individuo. Ciò che volevo dire è che non esiste un meta discorso sui valori che non suoni agnostico: ad esempio se devo scegliere l’apparenza per fuggire la verità tramite un nuovo vestito, una falsa ribellione o un accomodamento più in generale, o la libertà, scelgo la seconda. Ma questa descrizione, impregnata di “libero arbitrio”, non credo sia pregnante né per la scelta etica né per la creazione, e un discorso su esse che prende partito a parole. Al massimo ne è una spiegazione a posteriori, non è etica né creazione. Può sembrare un’ovvietà ma non lo è: se non è etica né creativa, è superflua per un nuovo domani. L’atto creativo o etico è figlio di un’urgenza, di un’emozione-sentimento-passione, non è un ragionamento. Non vede polarità statiche, vive di tensioni».

F: «Mi verrebbe da dire che senza un’ottima conoscenza del passato qualsiasi diverso futuro ci si voglia dare parrebbe un errore, o un fraintendimento; che senza sapere cosa si è compiuto, di giusto e di sbagliato, non si potrà mai succedere.
Vedere quella possibilità, quella possibilità futuribile di creare e statuire, è già un buttarcisi dentro a capo chino, e nel momento in cui si sceglie di rimanere immobili e osservare quella possibilità dischiudersi per poi richiudersi è perché lo si è creduto bene così.

«Più che urgentismo, direi dipendentismo. I valori, le scelte che compiamo sono dipendenti. Sono dipendenti in primo luogo da noi: il soggetto che agisce; poi sono dipendenti dalla situazione che abbiamo ricreato — in cui ci siamo ficcati, si potrebbe dire nel caso in cui non ci aggrada più di tanto. Inoltre sono dipendenti dagli altri, dagli infiniti altri individui di cui non riusciamo mai a render compiutamente conto, ma che ci circondano senza mai scomparire; infatti, anche nei momenti di più grande solitudine, quando ci si trova in cima ad un’alta montagna e l’unico brusio udibile è il rumore di una nuvola passare, tutte le altre persone ci circondano, se non altro come ricordi e memorie, o come sogni di un futuro mai dato.

«No, non posso sostenere che vi sia stata una situazione d’emergenza per ogni nuova valida convinzione da me assunta. Se non altro perché la mia povera memoria non può ricordare tutte le parziali cause di così tanti valorosi effetti, e poi perché sono certo che molte di quelle emergenze non siano state altro che un pacato momento di riflessione e di raccoglimento. Il valore è figlio di queste situazioni, non ne è la madre.
Agendo si stabiliscono valori, questo è ciò che importa per un futuro prospero: l’azione. L’impulso creativo non è succedaneo a nient’altro che a se stesso. Il valore è la creazione, e viceversa».

S: «C’è chi sostiene che se Jackson Pollock si fosse chiesto perché faceva ciò che faceva, probabilmente non avrebbe mai tracciato neanche una delle sue celbri linee “irrazionali”. Benché sia palesemente un’esagerazione è probabile che sarebbe verificata una sorta di tale nullità. Così anche per le azioni umane (non a caso lo stile inventato da Pollock si chiamava Action painting) si riflette, ci si narra e razionalizza solo in seguito all’aver agito. E sono d’accordo sulla questione dell’intensità come caratterizzante i nostri atti e le nostre inazioni. Ciò che mi chiedo io è come spiegare, una volta vissute  sensazioni quali il rimorso o i sensi di colpa per un’azione compiuta? Rispetto quali valori ci sentiamo in difetto? Si potrebbe definire, per volontà di definizione più che per necessità, il valore come un processo in costante mutamento, come espressione del divenire?»

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