L’artista, lo scrittore e la disperazione tragica

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Articoli / Letteratura

La scrittura è una pratica in cui si risente fortemente il peso dello scrittore e, dal punto di vista di quest’ultimo, l’arte dello scrivere rappresenta una questione in buona parte personale, in cui la propria persona esonda naturalmente. Tale rapporto marcato scrittore-libro si percepisce leggendo La carta e il territorio di Michel Houellebecq.

Fin dalle prime pagine, infatti, traluce l’ultra-soggettività della produzione artistica. Un rapporto che talvolta sfocia in un sentimento di gelosia verso i propri scritti, come accade al Houellebecq-personaggio, che li protegge dall’intrusione esterna in una maniera esasperata – sul suo computer personale utilizzava dei codici a protezione dei file su cui erano conservati i propri scritti, una sorta di limitazione all’accesso dei file verso le persone che non erano lui.

Tale morbosità tradisce una certa insofferenza dell’artista a mostrare il proprio lavoro. Il mostrare, come viene detto nel testo, è più funzionale al ricordarsi meglio ciò che si è fatto ed all’accorgersi seriamente di aver prodotto qualcosa, più che al metterlo a disposizione degli altri. Concezione che nasconde una forte volontà di solitudine, di lontananza da ciò che è stato; concezione che si tramuta in “una tristezza indefinita, oleosa”.

Lo scrittore francese si rappresenta nel testo come una persona schiva, asociale, che evita il contatto umano, che lo scarta addirittura. Una persona che sì frequenta i luoghi pubblici, ma che li vorrebbe tutti per sé. Il Michel Houellebecq caratterizzato è un uomo solingo, che propugna l’“egocentrismo d’artista”. Un ritratto impietoso di se stesso, probabilmente sincero.

Da questi tratti si evince quanto la malinconia, o finanche la disperazione e la depressione, siano rilevanti in questo libro. Vi si può trovare una magnifica descrizione del personaggio intento ad evitare e a far passare il più velocemente possibile le ore del giorno – atto che viene compiuto con l’utilizzo di ingenti quantità di sonniferi –, così che la notte cali sulla sua volontà e non si debba preoccupare di vedere con la luce delle ore diurne quello che gli accade e quello che accade.

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Nel romanzo del 2010 pubblicato in italiano da Bompiani, il divisivo scrittore di Réunion propone una rappresentazione viva della società attuale, una descrizione antropofobica e misantropa: vi si trovano riferimenti e accenni alle carte fedeltà che abbiamo nel nostro portafoglio; molteplici sono poi i punti in cui si accenna ad una imminente morte dei media stampati, o comunque ad un loro declino; vi sono parole rivolte a raffigurare il ravvivarsi dell’interesse enogastronomico, come l’attenzione e la minuzia prestata alla descrizione dei ristoranti e dei raffinati piatti di nouvelle cuisine; la centralità nella vita di tutti i giorni dei centri commerciali e dei supermercati: “i soli centri di energia percettibile, le sole proposte sociali in grado di provocare il desiderio, la felicità, la gioia” – attenzione, quella che riposta nei supermercati come metafora dei luoghi di incontro odierni, che anima anche il Wallace di This is water –; l’aereo narrato come mezzo di spostamento di massa e la raffigurazione degli aeroporti, non luoghi per eccellenza: ovvero spazi che collegano e che cambiano le vicinanze, spazi composti da ampie sale vuote e la cui costruzione segue l’intento commerciale dell’imprenditore di turno e la volontà delle compagnie aeree di inseguire il flusso turistico del momento – forse che è quest’ultimo, il turismo, il movimento più significativo compiuto dall’uomo nell’epoca attuale? forse che è l’aereo il mezzo di trasporto che simbolizza meglio questa nostra epoca? –; e infine la sottomissione di ogni valore al principio economico con una conseguente critica lamentosa verso l’economia: una critica che viene fatta sostenendo quanto la scienza economica non sia propriamente una scienza verificabile, e affermando quanto sia degradante che vi sia un Nobel per tale disciplina.

Talvolta, poi, ci si può imbattere in una sorta di unione tra l’orrifico e il bello, un accoppiamento che suscita il riso per mezzo di una ricercata ironia – il vivido accostamento del profiterole alla merda di un cane esprime un assurdo immaginifico che non permette di trattenere la risata. Talvolta, invece, si possono incontrare riflessioni erotiche spinte e vivide, degne della pornografia di De Sade. O ci si può imbattere in paragrafi con cui si può pensare che il letterato francese intenda proporre una sorta di parallelismo tra gli eventi atmosferici e le situazioni umane: la tempesta di neve che si abbatte sulla casa in cui Jed e il padre stanno cenando accompagna il momento di massima tensione dell’incontro tra i due, per poi lasciare spazio ad una tranquilla notte stellata subito dopo che la tensione dell’incontro è sfumata; ovvero, la situazione atmosferica segue l’andamento del discorso tra i due e lo stato del padre in primis.

Lungo tutto l’opera si trovano gli schizzi di un ritratto dell’artista e di una riflessione su questa figura; la discussione che Jed intrattiene con il personaggio Houellebecq è il punto letterario che tange maggiormente il tema: l’artista e lo scrittore sono, in fondo, i due caratteri principali del libro. Questi concetti sono immersi in un discorso che presenta la particolarità dell’uomo, e dell’umano più in generale. Sono svariati i punti in cui lo scrittore francese si sofferma a dipingere personaggi dediti alla comprensione dell’umano e animati dalla curiosità verso gli uomini – l’opera di Jed Martin è finalizzata a ritrarre l’ingegnoso uomo, termine, ingegnoso, a cui Houellebecq risulta essere particolarmente affezionato per descrivere l’operato umano, avendolo impiegato con il medesimo uso anche in un altro suo romanzo: La possibilità di un’isola. Una attenzione verso la “rappresentazione di esseri umani”, verso soggetti vivi e dalle sembianze antropiche. Una concezione che finisce per indagare l’uomo profondo, l’uomo nascosto dal compimento del suo atteggiamento, ma che appare proprio grazie a ciò.

Nell’epilogo, infine, viene artisticamente illustrata, attraverso l’ultima opera fotografica del protagonista, la fine della civiltà industriale: le fabbriche vengono mangiate dalla giungla come i templi del passato nel centro America; vi è una rappresentazione nitida del “carattere perituro e transitorio di ogni industria umana”, espresso, ciò, per tramite della fase finale dell’arte di Jed Martin: un’arte in favore del “trionfo della vegetazione” sull’uomo e sulla sua società. Riflessione che va di pari passo con l’insofferenza verso il consumismo biecamente veloce, eccessivo, verso un sistema che sostituisce gli oggetti troppo in fretta:

“È brutale, sa, tremendamente brutale. Mentre le specie animali più insignificanti impiegano migliaia, talvolta milioni di anni a scomparire, i manufatti vengono cancellati dalla superficie del globo in pochi giorni, non viene mai concessa loro una seconda possibilità, non possono che subire, impotenti, il diktat irresponsabile e fascista dei responsabili delle linee di prodotti che sanno naturalmente meglio di chiunque altro che cosa vuole il consumatore, che pretendono di cogliere un’attesa di novità nel consumatore, che in realtà non fanno che trasformare la sua vita in una ricerca estenuante e disperata, in un errare senza fine fra esposizioni di merci eternamente modificate”

La carta e il territorio, p. 142

Un epilogo con i fuochi d’artificio, macabro, dove compare un laboratorio per la creazione di esseri umani artificiali – figura che rimanda al fascino dello scrittore per un’umanità da venire, per un cambiamento radicale, come nell’epilogo di un altro libro di Houellebcq, Le particelle elementari.

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