Pasolini, un uomo in fiamme

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Articoli / Letteratura

Leggere “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini è un’esperienza forte, sicuramente impegnativa. La ricerca di una coerenza di pensiero ha sempre prodotto difficoltà, ed in questa raccolta l’autore vuole cementare la sua poetica, per raggiungere la maturità artistica. E ci riesce. Pasolini è un poeta di paesaggi e comunità; la sua dimensione prediletta è quella corale, cui fonde quella identitaria. Si fa interprete del mondo umano attraverso il filtro della sua evoluzione come uomo, e parallelamente si fonde con le istanze di ciò che crede essere il popolo italiano della sua epoca, e le problematiche sociali divengono per lui esistenziali, personali.

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Se bisogna avere coraggio per affermare quale sia la propria identità autentica, dando un nome, e con esso norme, a ciò che vive dietro i nostri pensieri, il coraggio necessario a nominare un popolo è eroico. Ma va oltre, cerca di definire cosa sia l’uomo, o almeno di farci intravedere un po’di questo animale che tanto ci interessa, se non perché teniamo ad altri, almeno perché teniamo a noi stessi. Se non tenete a niente… allora leggete Pasolini, se anche l’odierete, inizierete a parlare d’amore!

L’ambiente, il paesaggio, non è uno ma molti. Dalla periferia romana al Friuli, ai paesi di campagna del nord Italia. Impera la luce degli astri, la luna e il sole, e con loro gli odori della vegetazione sottostante, il profumo e i colori della terra e delle case stinte dalla povertà, dall’umiltà. Ma si può dire l’ambiente sia, più in generale, quella lingua di terra immersa nel mare che è l’Italia.

“Teatro di dossi, ebbri, calcinati,/muto, è la muta luna che ti vive,/ tiepida sulla Lucchesia dai prati// troppo umani, cocente sulle rive/ della Versilia, così intera sul vuoto/ del mare – attonita su stive,// carene, vele rattrappite, dopo/ viaggi vi vecchia, popolare pesca/ tra l’Elba e l’Argentario…” (da L’Appennino)

L’umiltà è centrale nella sua poetica, il sentimento di chi si sa ignorante. E con essa l’innocenza di chi vive il mondo nelle sue forme primarie, in un presente pulsante e senza colpa. Pasolini è scrittore dalle venature cristiane, di quella cristianità per cui nessuno ti può giudicare tranne  Dio: è un rivoluzionario, non teme la società né la pubblica gogna. Ed ama la semplice povertà, che mettendo in condizione di perenne necessità porta ad una vita libera dal peso della coscienza. Perciò egli ama e dipinge il sottoproletariato.

“Passavano l’olivaio, lo straccivendolo,/ venendo da qualche altra borgata,/ con l’impolverata merce che pareva// frutto di furto  e una faccia crudele/ di giovani invecchiati tra i vizi/ di chi ha una madre dura e affamata.// Rinnovato dal mondo nuovo,/ libero – una vampa, un fiato/ che non so dire, alla realtà// che umile e sporca, confusa e immensa,/ brulicava nella meridionale periferia,/ dava un senso di serena pietà.” (da Il pianto della scavatrice)

Ma proprio la coscienza e ciò che serve perché il popolo si emancipi. Ed è, in primo luogo, coscienza storica. Pasolini è forse l’unico esempio di catto-comunista che non è sceso a compromessi. Vede le ragioni storiche che imporrebbero l’avvento di una nuova civiltà, libera da ingiustizie e ineguaglianze, e la necessità, perciò, che le veda anche l’attore principale della storia, il popolo. Il suo nemico è l’ingiustizia borghese, che riduce la vita da corale a individuale, dirottando lo sguardo dai grandi ideali e dalle grandi passioni verso la normalità: il posto fisso per una piccola salvezza individuale; la famiglia non per amore ma per non sentirsi soli. Però, per passare al mondo nuovo, è necessario prima si passi dal mondo borghese. Con il rischio di perdere quella dimensione autentica e collettiva del sottoproletariato urbano e contadino. Questo l’oggetto dei suoi pensieri davanti all’urna di Gramsci.

“Attratto da una vita proletaria/ a te anteriore, è per me religione// la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta; la sua natura, non la sua/ coscienza; è la forza originaria// dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,/ a dare l’ebbrezza della nostalgia,/ una luce poetica” “mi chiederai tu, morto disadorno,/ d’abbandonare questa disperata/ passione di essere al mondo?” (Da Le ceneri di Gramsci)

Qui entrano in campo le contraddizioni individuali in analogia con quelle sociali: Pasolini ama e non è disposto ad abbandonare quel soggetto poetico che è la sua ragione di vita, per cui si è fatto spettatore della vita. Questo ritirarsi dall’oggetto amato che, come un amore a distanza, acuisce il sentimento oltre ogni limite. Nell’alterità rispetto al suo soggetto vi si scopre indissolubilmente legato, lui istruito in mezzo a illetterati, dalla marginalizzazione: lui per la sua omosessualità, loro per la loro miseria. Qui solo è accettato e non colpevolizzato, in quanto escluso tra gli esclusi, dove tutti hanno una colpa eterna e nessuno ha colpa. Al contrario di cosa avviene nel mondo della cultura ipocrita, che maschera l’ignoranza con una parvenza di sapere, ed esclude chi non sia accettabile in quanto autentico, in quanto profondamente ostile a tale maschera: se gli illetterati lo accettano, i semi istruiti condannano il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, per oscenità.

“Ma anche all’uomo più ingenuo nel petto ferito/ il sangue s’annera, anche all’uomo più mite// nello stupito occhio si annera il dolore./ Più fu un tempo tenero, più s’indurisce il cuore.// E conosce i geli, le indifferenze, i muti/ e scorati disgusti di chi ormai si rifiuti// a vibrare ancora, e sotto essi celi/ la sperduta violenza dei suoi affetti veri.” (Da Recit)

La poesia di Pasolini risale alle radici della poesia romanza, alla poesia provenzale dove è tema l’amore insieme alla politica ed alla moralità. Non è, come diceva un mio professore di lettere al liceo, un intellettuale che si improvvisa poeta, ma un poeta abbastanza grande da essere anche intellettuale. È un vate degli umili e dei condannati. Se è tracotante, ha buone ragioni per esserlo, a differenza dei falsi vati delle false rivoluzioni, come Marinetti o D’Annunzio, che lungi dal ricercare una poetica reale d’amore ne trovano una nella distruzione e nella perdizione.

Da ateo che vive in altri tempi, lontano dall’aridità dell’ideologia marxista, scorgo una bruciante attualità in questo autore, che ci richiama alla ricerca di una vita autentica e piena, spregiudicatamente a favore dei più deboli, ma senza buonismo. E credo che qui sia il germe di una futura poesia civile italiana, che tragga linfa dalla volontà di conoscere culture marginalizzate che sia i buonisti che gli odiatori di professione, i retori dell’ordine, non riescono e non possono vedere. In conclusione vi lascio alcuni versi in cui credo abbia toccato una profonda verità umana.

“Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato,/ non l’aver conosciuto. Dà angoscia// il vivere di un consumato/ amore. L’anima non cresce più.” (Da Il pianto della scavatrice)

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