Francis Bacon: l’intensità oltre la rappresentazione.

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Nato a Dublino nel 1909, Francis Bacon fu uno dei pittori più importanti del XX secolo. Le sue opere ci raccontano probabilmente, senza comunque essere narrative, qualche aspetto della sua turbolenta esperienza di vita; egli, omosessuale, crebbe tra i valori di una famiglia dell’alta borghesia della capitale irlandese, figlio di un ufficiale dell’esercito britannico dalle idee molto conservatrici, in una condizione che dunque può portare ad immaginare come egli stesso potesse provare quell’intensità oppressiva che si ammira ben resa sui corpi, soggetti privilegiati dei suoi quadri.

Proprio questo aspetto – l’intensità che avvolge i corpi – è ciò che in primo luogo colpisce chi si trova dinnanzi ad una sua opera. Infatti, osservando un suo dipinto, è difficile non chiedersi cosa stesse provando o cosa dovesse aver provato l’autore di quell’opera così forte ed enigmatica.

Celebre è la tela che Bacon dipinse ispirandosi al quadro di Velazquez del 1650 “Ritratto di Innocenzo”, per la sua serie “Popes”, Study after Vélazquez’s Portrait of Pope Innocent X (1953), nel quale si scorge il pontefice emergere spettrale da uno sfondo dai toni cupi, screziato di sangue e celato da striature che rendono tangibile la confusione percettiva di cui è preda Innocenzo nell’atto di gridare, come se qualcosa dinnanzi a lui, o meglio interno a lui, lo stesse terribilmente turbando. “Ho voluto dipingere il grido più che l’orrore” disse lo stesso Bacon, le sue figure infatti trasmettono non tanto una sensazione rispetto a qualcosa, ma la sensazione in sé; vi è il tentativo da parte dell’artista irlandese di rendere visibile qualcosa che non lo è, a discapito anche delle stesse figure che quel qualcosa accusano.

Study_after_Velazquez's_Portrait_of_Pope_Innocent_X

Infatti un altro tema caro a Bacon è proprio la deformazione del corpo, dai vari ritratti di Lucien Freud e di George Dyer fino agli autoritratti, i volti, gli arti, i busti delle figure sono dilaniate, distorte, in preda a convulsioni che impediscono un riconoscimento vero e proprio. I soggetti che egli ritrae sono in preda ad una volontà d’evasione da se stessi, dal proprio corpo, dal quadro, come se sentissero la propria identità corporea e la cornice nella quale sono rinchiusi alla stregua di una corazza opprimente. Sono dunque impegnati in un sforzo intenso ed impossibile, perché non v’è via di fuga da quel corpo, così come il loro essere stati dipinti non è tramutabile in altro. Questo cinetico disperarsi che rimane sulla tela, viene visto molte volte dai suoi osservatori come un non so che di inquietante, che è in fondo ciò che lo stesso Bacon voleva trasmettere: una pesantezza dell’esistere dalla quale chiunque è schiacciato.

Egli spingeva all’estremo, attraverso l’intensità delle sue figure, quell’inquietudine propria dell’essere umano e forse anche l’essere inquietante dell’umano stesso. In certi casi, infatti, quello che si può sentire risuonare guardando i suoi quadri è il canto del coro dell’Antigone di Sofocle recitare:

“l’uomo è essenzialmente inquietante”.

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Deformazioni, grida, inquietudine, inutili atletismi esistenziali, tutto ciò porta, nell’opera di Bacon, a far svanire la figura in quanto identificabile, in quanto rappresentata, perché, come detto prima, ciò che importa all’artista è il grido, la sensazione, non chi quella sensazione la prova. Quest’ultimo è solo il supporto di quella, esso è esclusivamente carne; l’empatia che solitamente si prova nel trovarsi davanti ad una sua tela, non viene dunque tanto dal riconoscimento di una qualche figura, bensì dall’incontro con l’immagine di uno stato esistenziale, che in qualche modo si è sulla propria pelle, o carne, provato.

L’empatia nasce dall’incontro tra il soggetto nel quadro ed il soggetto fuori dal quadro, che, in questo relazionarsi, vengono a coincidere, trovando in quell’istante d’estetica esperienza un’unità tra senziente e sentito.

Francis Bacon è stato uno di quegli artisti che si è soliti chiamare ‘maledetti’. Nella sua vita dissoluta, come si diceva all’inizio, ha probabilmente assaporato quelle sensazioni che egli stesso riportava sulla tela, per questo e per la potenza della sua opera, alcuni critici lo hanno definito il Caravaggio del ‘900. Io non so dire se questo paragone sia eccessivo o appropriato, so soltanto che l’artista di cui qui si è parlato è uno dei più grandi pittori della seconda metà del XX secolo, e che se ci si trova davanti alle sue opere, non si riesce a rimanere indifferenti.

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