Loro, storia di un lui

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Articoli / Cinema

I film di Sorrentino sono noti per avere un non so che di enigmatico e Loro, la sua ultima doppia opera, non fa eccezione. Dopo averlo visto infatti, si esce dalla sala con l’impressione di non averci capito molto: «Ma non era un film su Berlusconi? quello che ospitava mafiosi in casa sua facendoli passare per stallieri ,  quello delle leggi ad personam, delle minorenni, delle deputate vallette e delle evasioni fiscali, dov’è la critica a tutto questo?».

Tale critica si puó dire ci sia e non ci sia, perché nel suo esserci sta ai margini di una narrazione che, a differenza della maggior parte dei film incentrati sull’ex- cavaliere, vuole far emergere l’estrema semplicità di un uomo celebre che affronta le difficoltà della vita. Tra le avversità di B. presentate nella pellicola quella sottolineata con maggior vigore da Sorrentino è l’incrinato rapporto con la moglie (una Bravissima Elena Sofia Ricci nel ruolo di Veronica Lario). Si vede come B. tenti, senza successo, sin da Loro 1 di cucire uno strappo tra lui e una donna che non lo ama piú,  che ha perduto la capacita di tenere in piedi una relazione il cui collante, l’amore appunto, si è seccato, sbriciolato, divenuto polvere e portato via dal soffio del tempo e dei tradimenti dell’ormai ex amato. La critica all’uomo mediatico che tutti conosciamo è lasciata in secondo piano, espressa  solo nel momento del confronto finale tra B. e una Veronica in preda al risentimento. Essa stanca di perdere continuamente frammenti di dignità si pone nei confronti del marito nel modo in cui molti dei suoi detrattori si porrebbero se avessero la possibilità di trovarsi a quattr’occhi con lui, ovvero attaccando il suo aver invaso la televisione di immondizia, il suo pagliaccesco modo di fare da arricchito e ponendogli domande scomode come quella del “Dove hai trovato i 130 miliardi che ti hanno permesso di diventare un imprenditore di successo?”, anni di dibattito mediatico ridotti dunque ad una sequenza e a qualche altra sporadica scena. Perché come detto non è questo l’importante, il B. che emerge è una maschera fatta di ritocchi di chirurgia estetica in grado di donargli un quasi imperituro sorriso, una maschera che nasconde al di sotto della sua discutibile bellezza un uomo fragile, che teme, che ama e che dubita, una persona incapace di stare sola, schiava della finta adulazione che gli altri hanno nei suoi confronti.

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Legato a questo voler rendere l’intimità di una discussa celebrità, c’è poi la narrazione di quel mondo, in fondo molto nostro, fatto di persone che di lui ha quasi la stessa percezione che ne abbiamo noi, quella che positivamente o negativamente i media ci hanno fornito. Un mondo abitato da persone letteralmente ossessionate dalla figura beatificata di quell’uomo cosi ricco e potente. Le vicende si articolano seguendo le peripezie dell’imprenditore pugliese Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), della sua compagna Tamara (Euridice Axen) che gestendo attraverso un generoso rifornimento di cocaina un giro di escort, tentano di entrare nell’alveo delle persone che forniscono servizi in cambio di favori a B;  della bellissima ma fragile Kira (Kasia Smutniak) che innamorata, cerca in tutti i modi di preservare l’unicità che l’ha fatta eleggere ape regina delle amanti del presidente. Un mondo fatto di finte alleanze, ricatti, e pura apparenza , che nonostante sembri all’inizio promettere prosperità, si rivela essere un Eden effimero e fittizio che crolla sotto i piedi dei suoi temporanei abitanti, i quali alla fine finiranno nei gironi infernali delle carceri e delle infelici relazioni indesiderate.

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Sono due film, questi, che pur riuscendo a proporre un punto di vista alternativo sull’essere umano Berlusconi ed avendo specialmente nella prima parte un qualcosa della Grande Bellezza, non riescono a raggiungere il livello di quest’ultimo film;  un po’ per via della inspiegabile, se non a fini commerciali, divisione in due parti che spezza il ritmo di un’opera già di per sé priva di verve incalzante, caratteristica quest’ultima che comunque non appartiene alle opere sorrentiniane, le quali sempre, piacevolmente o meno, adottano una prospettiva lenta che rinvia ad una dimensione riflessiva ed onirica. Inoltre non si esce dalla sala pensando che malgrado tutto, anche se non era il film che ci si aspettava che fosse, è comunque un gran bel film,  al massimo si riflette sul: che cosa avrà voluto dire ?  E questo penso sia il sintomo di un’opera riuscita a metá, non tanto perché i lavori che stimolano a porsi una domanda o a formulare molteplici interpretazioni siano opere in genere mal riuscite, bensì è il modo in cui Sorrentino ha disposto le tessere del suo mosaico, a partire dalla sponsorizzazione della pellicola, a non rendere. Lo spontaneo che cosa avrà voluto dire ? in questo caso sembra essere di quelli che incolpano il comunicatore di incapacitá d’espressione piuttosto che di quelli che stimolano chi non comprende a riflettere su quanto non si è capito. Sorrentino ha dimostrato in passato di non essere un incapace, per questo, benché il film non sia un pessimo film, ci si aspetta da lui qualcosa di meglio rispetto quanto ci ha mostrato in Loro. 
In conclusione bisogna notare anche quelle che sono le note positive di questo lavoro, tra esse vi è certamente la magistrale interpretazione di B. da parte del sempre bravo Toni Servillo, il quale, pietrificando il proprio volto riesce a rendere quell’impressione di maschera perpetua che si ha nel guardare il presidente e che attraverso la propria padronanza nei movimenti è in grado, se la sceneggiatura lo richiede, di riempire la scena praticamente da solo, o di entrare perfettamente nel mosaico di personaggi di una sequenza condivisa con altri attori. Infine bisogna dare merito a Sorrentino per la sua consueta capacità nel saper scegliere le musiche da abbinare alle immagini e per la dolcezza con cui usa la macchina da presa, la quale, culla lo spettatore fino a farlo entrare a far parte del mondo dei personaggi, fino a farlo diventare uno di loro.

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