Il Principe tragico

Lascia un commento
Arte / Articoli

La prima volta che ascoltai seriamente Fabrizio De André, e che prestai attenzione ai suoi testi e alle sue musiche, ero su una macchina familiare, percorrevamo la Genova-Ventimiglia con destinazione Chiavari. Lo si cantava in coro, anche se non tutti conoscevano le parole, immersi in quella Liguria che fu per lui la madre patria e a cui fu così affezionato, simbolo di una cultura mediterranea di cui si voleva fare cantore e di una cultura che ha voluto far rivivere nella sua opera e nella sua musica. Ero un bambino e, seppur l’avessi sicuramente ascoltato prima di quel viaggio, fu questa la prima impressione di cui ho un ricordo, forse indelebile, che potrà solo più migliorare, con l’aggiunta di nuovi dettagli. 

L’ultima pellicola di Luca Vacchini, Principe Libero, è un film che tenta di documentare biograficamente una buona parte della vita di Fabrizio De André. Un film che risveglia, per chi ce l’aveva sopito nella memoria, il ricordo di un grande artista e poeta italiano della seconda metà del ‘900. Eppure non fu solo un poeta, perché volle che le parole che scriveva fossero accompagnate dalla musica.

Le prime immagini rimandano all’infanzia genovese del cantautore, con lievi accenni ai precedenti trascorsi nell’astigiano. La scena in cui, rincasando, il giovane De André trova gli animali da cortile dentro casa rappresenta debolmente quella nostalgia che lui provava verso gli anni passati in campagna da bambino, è una rappresentazione che simbolizza la tensione verso un ritorno al bucolico e all’idillico. Tensione che si realizzerà solo quando, più avanti con gli anni, il cantautore si trasferirà in Sardegna con la sua seconda moglie Dori Ghezzi.

Un’infanzia, la sua, segnata dai caruggi e dalle creuze genovesi, che rimarranno per sempre impressi nella memoria dell’autore e che per questo compariranno a più riprese in alcuni suoi brani. Oltreché a livello della Genova vera e propria, quella che si imprestava per le sue storie, De André volle onorare la sua etnia e la sua cultura mediterranea cantando in dialetto ligure. Opera che compì con l’aiuto di Maurizio Pagani.

Luca Marinelli nel film interpreta appassionatamente il “Principe dell’isola di Mussica”, sfoggiando più di una volta quel savoir faire che l’aveva contraddistinto in alcune sue precedenti apparizioni. Una su tutte, Non essere cattivo. Nel biopic l’attore romano ripropone il carattere pessimista che aveva messo in scena ne La grande bellezza, seppur nel ruolo secondario del giovane insoddisfatto. La lotta adolescenziale con il padre, il trascinarsi dalle feste notturne e dai bordelli a casa, il rapporto con Tenco e la relazione con la prima moglie Puny, soprattutto dopo la nascita di Cristiano, sono le scene del film che fanno trasparire un certo temperamento che ha scandito la vita di De André, lo spirito tragico dell’artista. De André, al di là della rappresentazione messa in atto da Vacchini e Marinelli, era infatti un uomo sofferente che pativa le pene del mondo. Sofferenza e tragicità che sfoceranno in un rapporto di dipendenza con l’alcool – era un alcolista che poche volte riusciva a fare a meno della sua bottiglia. La parola fine a questo rapporto di dipendenza venne messa da una promessa che il padre Giuseppe De André riuscì a strappargli sul letto di morte. Paolo Villaggio, al contrario, sostiene che fu Dori Ghezzi ad avere un ruolo principale nell’aiutarlo a sbarazzarsi di quell’ingombrante dipendenza, come ricorda Luca Viva nella biografia Non per un dio ma nemmeno per gioco.

phpThumb_generated_thumbnailjpg

Il celebre attore, che tutti conosciamo per il personaggio di Fantozzi, diventò un caro amico di Fabrizio. I due erano soliti farsi grandi bevute insieme per poi, magari, finire in via del Campo:

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso

a pregarla di maritare

a vederla salir le scale

fino a quando il balcone ha chiuso

da Via del Campo

Nel film v’è una scena in cui i due amici si recano in un bordello a notte fonda. Marinelli-De André, là, prega quella donna che vendeva “a tutti la stessa rosa” di sposarlo. Le puttane erano un’altra grande passione di De André e, di conseguenza, diventarono anche un frequente oggetto delle sue canzoni – protraendo quell’infinito legame che l’artista annoda tra la sua vita e la sua opera. I ritratti che ci ha lasciato del “bene effimero della bellezza” rimarranno per molti scolpiti eternamente nella memoria.

Con Paolo Villaggio, oltre che andare a bagasce, De André era solito andare a delle feste in case di amici che avevano in comune, e in cui poi, sicuramente, gli avrebbero chiesto di cantare – cosa che lui talvolta faceva a malincuore, probabilmente perché non voleva ridursi ad essere un mero intrattenitore. Insieme i due composero anche una canzone: Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Un componimento che brilla per la sua sferzante ironia. La loro fu un’amicizia lunga, senza fine. E il film lo rappresenta ritraendoli seduti uno accanto all’altro durante l’ultima scena.

Un’altra relazione di amicizia che De André intesse fu quella che lo legò a Fernanda Pivano, nel film ‘Nanda’. L’incontro con la grande traduttrice di poeti, letterati e musicisti americani fu con ogni probabilità uno dei più prolifici, da un punto di vista artistico, che Fabrizio ebbe. Seppur nella pellicola venga ritratta in poche occasioni la figura di Nanda fu centrale. De André era vicino e caratterialmente e stilisticamente ai poeti della Beat Generation, i cui testi erano stati portati in Italia dalla Pivano. Lo scontro con l’autorità, il rifiuto delle gerarchie, l’insofferenza verso un certo tipo di società, il rapporto con le droghe – seppur per De André ne esistette sempre e solo una: l’alcool – furono tutti elementi di connessione tra personaggi che vivevano dalle due parti opposte dell’Atlantico ma che esprimevano uno stesso sentire tragico.

La famiglia De André era di estrazione sociale alto-borghese, benestante, cosa che da un lato gli permise di trascorrere una vita agiata, ma che, dall’altro, fu una contraddizione con l’uomo e con l’autore che diventò nel tempo. Le storie che racconta tramite le sue canzoni sono prodotte direttamente da esperienze vissute, da esperienze vitali genitrici; o, se indirettamente, ispirate da avvenimenti della sua vita. L’artista, d’altronde, non può tirarsi fuori dall’arte che produce, perché facendolo diventerebbe un vile e svilirebbe la sua produzione. O come disse intervistato da Luigi Viva per la sua autobiografia: “Perché di solito un’artista, indipendentemente dall’ideologia, è un coniglio individualista”. Forse fu proprio compiendo un gesto di rifiuto verso ciò che gli era stato dato per garantito che intraprese la strada del ‘ribelle anarchico’.

L’artista che stava crescendo in lui ebbe come caratteristica lo scontro con l’autorità, l’avversione al potere, che fosse quello della figura paterna o un altro potere era indifferente. De André era per costituzione avverso ai soprusi, era per formazione avverso agli abusi d’autorità. Ebbe modo di schierarsi politicamente ed eticamente sempre dalla parte dei deboli: l’album Indiano, il cui tour si tenne nel cinquecentenario della ‘scoperta dell’America’, è dedicato ad uno dei popoli che più furono oppressi: le tribù degli indiani d’America. Ebbe modo di schierarsi in difesa delle minoranze, come quella Rom. Popolo che elogiò suggerendo di consegnargli simbolicamente il premio per la pace. Ebbe anche modo di schierarsi dalla parte dei “figli della luna”: attraverso Andrea riuscì a ritrarre una personalità sensibile, effeminata, con una spontaneità rara; in Prinçesa, invece, raccontò gli avvenimenti e i patimenti di un transessuale brasiliano, Fernandinho-Fernanda, là ritrasse la “slavina di dolori” che può accompagnare la storia di una persona che si trova un corpo a cui si sarebbe dovuto abituare, ma che differisce in una maniera insopportabile da quello che si pretenderebbe per sé, un corpo che non rassomiglia la persona stessa.

Questa sua propensione ad essere difforme dalla maggioranza lo portò ad accogliere la melodia e, soprattutto, i temi cantati oltralpe da Brassens. Ma il cantante francese da cui mutuò l’anarchia, non fu l’unico influsso estero che caratterizzò la musica di De André. Da oltre Oceano arrivarono le traduzioni di Lee Masters e le melodie di Cohen e di Dylan, di cui propose delle ottime traduzioni: era disposto a qualsiasi tipo di infedeltà verso il testo originale pur di partorire una “bella” traduzione.

Mentre in Italia c’erano gli scontri del ’68 e cominciavano gli anni di piombo, De André scriveva Storia di un impiegato. Album che poi avrebbe interamente dedicato alle condizioni sociali del proletariato e ai malumori che percorrevano la società italiana di allora. Malumore e insoddisfazione che affioravano, a suo parere, tramite le bombe e i bombaroli. In quella condizione di terrorismo De André non si schierò apertamente e in una maniera decisa parteggiando per qualcuno, sebbene non si tirò indietro nell’accusare e nel ribaltare le prospettive di colpevolezza e assoluzione; come fa ne La canzone del maggio:

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti

Pur riuscendo a decantare le peripezie di una figura controversa come Renato Curcio, che ne La domenica delle salme fu chiamato carbonaro, De André fu un attivo antibellicista – la Guerra di Piero e il Girotondo rimangono due canzoni esemplari.

Il cantautore genovese, parlando di Anime salve, album creato a quattro mani con Ivano Fossati, elogiò apertamente la solitudine, a cui intestò la genitura di buona parte dei brani. Senza paura, durante un concerto, dal palco, riuscì a sostenere quanto l’emarginazione non fosse un nemico da cui si debba rifuggire; e che, tuttalpiù, il disagio derivante dalla solitudine rappresenti un passo verso la libertà. Lo disse con quel suo solito tono basso, che quando si mischia alla musica diventa tutto a un tratto una melodia sofferente, ma che pretende di essere ascoltata e che chiede silenzio. Un tono che brama la grandeur dei migliori artisti mediterranei. Un lamento animato dalla continua insoddisfazione. Un’insoddisfazione che sente personalmente: prendendo a spunto la scena del biopic in cui Marinelli-De André osserva Mina cantare la sua Marinella, si potrebbe dire che nel sentire le proprie parole pronunciate e intonate da altri non ne sia soddisfatto, al contrario. D’altronde, De André era segnato “col suo marchio speciale di speciale disperazione”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...