Pensieri irrequieti

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Aforismi

1.

La ripetizione e la differenza

Che cosa rappresenta l’abilità di apprendere una tecnica, di eccellere in un’applicazione ripetuta, rispetto all’agire disinvolto del genio? Forse che l’individuo che si ritrova a ripetere indistintamente e abilmente un gesto in un ambiente predisposto a insegnare tale gesto, non può ambire alla genialità, non può essere egli stesso dotato di genio ed eccellere per tale motivo?

O forse che si annida proprio nei meandri del genio quella ripetizione, quella fatica guadagnata da un retrocedere ed avanzare sul medesimo selciato per impararlo di nuovo, per impararlo meglio?

2.

L’umanesimo del post-moderno 

L’oggetto rappresentato è intrinsecamente connesso al soggetto rappresentante, cosicché una qualsiasi rappresentazione figlia di un singolo ed ogni oggetto figlio di rappresentazione saranno, seppur indirettamente, profondamente umani. 

3.

Le domande poste dal vento

Da quanti uomini un’opera dovrà essere letta prima di poter diventare un classico? prima di poter ambire ad esserlo? Quante volte dovrà un’opera essere rappresentata prima che ne venga riconosciuto il valore? e a quando l’artista?

4.

Per chi sa essere un destino

Qual è il destino dell’artista? Il vivere l’epoca in cui è nato e farne una storia

5.

L’estromissione e l’apparizione 

L’artista ritrae tanto nell’autoritratto quanto nell’opera più comune il sé come soggetto, ritrae la sua figura come una rappresentazione soggettiva; laddove, invece, l’oggettivizzazione più scabra del soggetto comporta l’esclusione in toto dell’artista dalla sua opera, o l’occlusione di quest’ultima per tramite dell’individuo e della sua volontà egotistica.

L’individuo, in questo caso, incapace di controllare le proporzioni e le proprie dimensioni, raffigura un sé trasfigurato nell’opera, ovvero: la sua artisticità viene inebetita da un’inclusione esorbitante della sua passione, o da una sovraesposizione di essa nella raffigurazione. 

Pensieri irrequieti

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Aforismi

1.

Miserere vitae

La conoscenza dell’altro e la fiducia a lui rivolta sono concessioni per lo svolgimento del quotidiano. 

2.

Una pretesa superiorità 

C’è ancora qualcuno che non crede di poter fare il meglio per gli altri?

3.

Maschere del teatro della vita 

L’acuto sente fortemente il peso di chi l’ha preceduto nel tempo, su di lui grava il ricordo delle azioni compiute dai suoi predecessori. L’ottuso, invece, preferisce essere riverenzialmente prono e mai si sente pronto a tangere la storia attraverso se stesso: mai si sentirà pronto ad avere dei successori. 

Il primo sente di poter dare ordini ad orde di schiavi pur di compiere il proprio fine; il secondo si relega a spingere la cariola della storia per altri. Il primo vuole immolarsi per scolpire un’effige che permanga, duratura, infinita; il secondo si accontenta di vivere la propria finita vita. 

4.

La pecca dell’insegnante e l’incapienza dell’allievo

Chi preferisce non essere istruito tronca di netto, per una ragione o per l’altra, il suo processo educativo. Un tale atto può essere finalizzato verso una ribellione contro l’autorità costituita e insignita del ruolo di insegnante, oppure risultato di una mera incapacità di sedersi e di ascoltare

5.

L’empirismo morale 

Non è l’esperienza che si guadagna compiendo ripetutamente un’azione, ma è l’abitudine, la lenta assuefazione degli altri ai propri modi, alle proprie maniere, che permette al risultato di essere migliore. 

6.

Sui seguaci, della potenza del non volerne e della sfortuna del volerne

Lo scaltro sa di essere l’unico veramente in grado di giudicare le proprie azioni, gli insperati successi e i disperati insuccessi; egli non vuole epigoni che si distinguano per il mero fatto di averlo seguito nel suo cammino; sa dell’ingombrante peso dell’avere un gregge appresso, del dover transumare mandrie; sa della libertà di cui gode il viandante solitario.

Lo stolto, al contrario, incapace di fare da sé e di valutare correttamente il proprio operato, ricerca chi possa confortarlo; e, nel fare ciò, punta massimamente ad avere un gruppo di accoliti e di discepoli che lo rincuori, che lo giudichi positivamente e che stimi la sua persona. 

7. 

Cosa non manca al condottiero, o perché è tale

La leadership non risulta essere altro che una questione di carisma, di dedizione e di talento nella cura, nell’essere guida e nell’essere capaci di imporsi e di far succedere chi rappresenta il proprio seguito. 

8. 

Perché il saggio non si fa pastore di anime

Il saggio ha una volontà ferrea di proseguire per la sua strada, per questo evita di avere un branco di accoliti al seguito che gli impediscano di tirare dritto liberamente. 

9.

Un’educazione impossibile

Ciò cui non si può essere istruiti è il soggettivo profondo, ciò che in fondo non può essere imparato sono le remote personalità di ognuno.

10.

Mappe di vita

Qual è il confine che intercorre tra il territorio montagnoso della travata di genio e la bassa pianura del comportamento qualsiasi, dell’atteggiamento quotidiano? Quale border ci rappresentiamo esserci tra l’azione e l’idea geniale, e il piatto e inerte ‘andare avanti’? Che differenza geografica troviamo tra i picchi intellettuali e pratici raggiunti da un saggio e la bassezza di una vita condotta mediocremente, di un piatto vivere medianamente? In cosa differiscono l’agire e il parlare dell’uno e dell’altro? Forse che sono gli effetti apportati rispettivamente dall’uno e dall’altro a differenziarne il linguaggio, le cause che hanno mosso, in una maniera oppure in un’altra, l’uomo a comportarsi? 

Impressioni sull’oggi visto dall’arte

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Arte / Articoli

Gli artisti, più o meno consapevolmente, esprimono e imprimono l’afflato e le contraddizioni della propria epoca e quella nella quale viviamo per quanto enigmatica, il presente sempre appare inafferrabile, non sfugge a questa dinamica. Recentemente sono andato alla 58° edizione della Biennale di Venezia, e mentre vagabondavo tra i padiglioni e le sale, il tremore della domanda sul mondo in questo attimo di storia m’è stata fedele compagna. Continua a leggere

L’esperienza personale dell’artista tragico

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Aforismi

A: «Ma che cos’è, in fondo, un’opera d’arte? Cosa un capolavoro? Il compimento di un individuo? L’eccezionalità individuale resa artefatto? Oppure l’espressione superba di un sentire popolare?»

B: «Ambedue le cose: è colpo di genio improvviso e trascrizione eccellente di un ideale comune e ripetutamente patito»

A: «Quale fine ha allora l’arte, o, meglio, che fine si propone l’artista? Il sollazzarsi con un piacevole divertimento? O forse che egli ripetutamente si propone di esaurire una passione impossibile? È forse il porsi una meta esagerata? Od occuparsi di sé nella maniera all’individuo più utile e adeguata? Compiacersi? Oppure che egli insegue un nobile spirito?Allora l’artista dovrebbe parermi contemporaneamente un’egoista senza scrupoli e un supremo interprete del sentire popolare»

B: «Il compimento della tragedia e l’atto tragico sono la riuscita dell’opera artistica, sono il fine praticato e attualizzato dell’opera d’arte. L’artista, singolo individuo – eroe! –, anela ad una personalità nuova espletando il suo operato, anela ad un nuovo sé, ad un nuovo io che fiorisca rigogliosamente dall’arte prodotta. La solitudine rappresenta, allora, il punto di arrivo e di partenza di un percorso intellettuale; una tappa forzata ed un passaggio agevolato per creare; una meta del percorso e del viaggio artistico. L’intrapresa solitaria è il fine esistenziale come caso»

Forse che non si possono giudicare l’uomo e il mondo?

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E-pistole

F: «Il giudizio sul passato propende sempre verso un tracciato prestabilito, ha sempre un’inclinazione verso il negativo od il positivo che provengono da lontano, da un già letto o già sentito.
Il giudizio sull’avvenuto presente, invece, discopre qualcosa di nuovo ogni volta che si compie, dischiude nuovi sentieri e nuove vie. Per questo in molti temono il giudicare – perché è così difficile, in fondo – e per questo si limitano ad apprezzare o a schernire gli avvenimenti di una passato inoltrato.

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